Un film parlato

17/07/2009 Tipo di risorsa Schede film Temi Relazioni familiari Educazione Titoli Rassegne filmografiche

regia di Manoel de Oliveira

(Portogallo,Francia,Italia 2004)

Sinossi

Su una nave diretta a Bombay che nel corso del suo tragitto toccherà alcuni dei principali porti del Mediterraneo, si imbarcano Rosa Maria, una giovane insegnante di storia, e la figlioletta di otto anni, Maria Joana. La donna, che deve raggiungere il marito in India, ha deciso di cogliere l’occasione del viaggio per conoscere tutti quei luoghi che ha studiato con passione e dei quali ha sempre parlato durante le sue lezioni ma che non ha mai avuto il tempo e l’occasione di visitare. Dopo essere partita da Lisbona, la nave si ferma a Marsiglia, dove Rosa Maria legge una lapide che ricorda le origini greche della città e poi a Napoli, dove coglie l’occasione per visitare Pompei e riflettere sulla distruzione della città e del significato di punizione divina che all’epoca fu dato all’evento. Poi è la volta di Atene, dove madre e figlia si imbattono in un prete ortodosso che le aiuta a meglio comprendere le meraviglie architettoniche dell’Acropoli e, successivamente, di Istanbul con la visita a Santa Sofia, prima cattedrale, poi moschea e adesso museo. Al Cairo, durante la visita alle piramidi, incontrano un celebre attore portoghese che le invita a visitare l’albergo costruito in occasione dell’apertura del Canale di Suez che, ben presto, attraverseranno in nave. In rotta sul Mar Rosso vengono avvicinate dal comandante della nave (John, statunitense ma di origini polacche) che le invita a cenare al suo tavolo. Rosa Maria rifiuta cortesemente l’invito dell’uomo che, così, trascorre la serata conversando amabilmente con tre donne molto celebri salite a bordo durante le varie tappe: Delphine, un’imprenditrice francese, Francesca, una ex modella italiana, Helena, una cantante greca. Durante la tappa nel porto di Aden (nello Yemen), John scende dalla nave e acquista per la piccola Maria Joana una bambola in costume arabo: è un buon pretesto per convincere, la sera stessa, Rosa Maria ad accettare l’invito al suo tavolo e a conversare con le sue illustri ospiti. Tutto procede bene – anche perché, malgrado ognuno parli la sua lingua, tutti si comprendono – ma proprio mentre Helena intona una canzone per allietare i passeggeri, giunge la notizia che dei terroristi, durante l’ultimo attracco, hanno piazzato degli ordigni a bordo. Tutti abbandonano la nave ma, all’ultimo momento, Maria Joana torna in cabina a recuperare la bambola regalatale dal capitano. Il ritardo sarà fatale per lei e per Rosa Maria che, ovviamente, l’ha seguita: la nave esplode mentre sono ancora a bordo e John non potrà fare altro che assistere, incredulo e impotente, al compiersi dell’assurda tragedia.

PRESENTAZIONE CRITICA

Un film “didattico”.

Il regista portoghese Manoel de Oliveira è probabilmente uno degli autori europei più importanti, ma anche meno conosciuti dal grande pubblico, forse perché anch’egli sconta una generale diffidenza degli spettatori europei verso il cinema lusitano, in realtà alcova di una grande tradizione artistica e una vitalità produttiva come poche altre. Vero e proprio decano del cinema mondiale, all’età di novantotto anni de Oliveira continua a girare film dallo stile inconfondibile, incentrati su una profonda riflessione attorno alla natura dell’uomo, al senso dei rapporti umani, al valore della cultura e al senso della Storia. Il dato straordinario è che il regista riesce a trattare tali argomenti (che così elencati possono apparire astratti e fumosi) in maniera sempre più lucida e razionale, a tal punto che Un film parlato, incentrato proprio sul tema del senso della Storia e del valore della parola come strumento di comunicazione universale, è di una semplicità disarmante e, allo stesso tempo, di una profondità sorprendente. A tal punto in quest’opera la parola è fondamentale che, per lasciarle lo spazio ed il rilievo opportuno, gli eventi sono ridotti al minimo (anzi, fino a dieci minuti dalla fine, praticamente a zero) e gli interpreti recitano con distacco e affettazione i propri ruoli, come se si trovassero su un palcoscenico e non davanti alla macchina da presa. La pellicola diviene così un film-saggio che non nasconde i propri intenti didattico-didascalici, tesi ad affermare, attraverso la rievocazione meticolosa di fatti storici risaputi e le vicende di personaggi arcinoti, la necessità per i popoli del Mediterraneo di scambiare esperienze, entrare in contatto, viaggiare e incontrarsi, al di là dei (anzi, forse grazie ai) conflitti e alle guerre che ne hanno costellato la storia millenaria. Tale impostazione, del resto, è sottolineata dall’articolazione del viaggio in una serie di tappe sostanzialmente intercambiabili, prive di una concatenazione vera e propria, sottolineata dal ricorrere, al termine di ognuna delle soste, dell’inquadratura fissa della prora della nave che solca le acque di quel mare Mediterraneo che, in fondo, è uno dei “personaggi” principali del film. Il perché del titolo è presto detto: il film è “parlato” perché la parola, oltre ad avere importanza come elemento principale sul piano tematico, ovvero come strumento di comunicazione di una serie di storie che vanno a comporre il mosaico della Storia, ne ha anche e soprattutto dal punto di vista formale, dal momento che i diversi idiomi europei (portoghese, italiano, francese, greco ed inglese) parlati nel film dai vari personaggi senza alcun doppiaggio rappresentano delle vere e proprie “icone” di identità nazionali e storiche irriducibili rispetto alle altre. Ma come anticipato, Un film parlato si intitola così perché è anche e soprattutto un’opera costruita sulle parole, sulla capacità di mostrare ed evocare grazie alle parole (il falado del titolo originale deriva dal latino fabula, ovvero “conversazione” ma anche e soprattutto “racconto”) scenari distanti nello spazio e lontanissimi nel tempo (la Storia ma anche i miti e le leggende) che, paradossalmente, sembrano divenire veri e vivi proprio grazie ad una sorta di “fissità” o ottusità dell’immagine (spesso talmente immobile e statica da risultare ovvia, da cartolina illustrata, come nel caso della sfinge e delle piramidi durante la tappa al Cairo) che, invece di banalizzare e restringere le possibilità di suggestione della parola, ne amplificano il potenziale evocativo.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Fine della Storia

Cos’è la Storia? Cosa sono le religioni? Perché sono così tante e tanto diverse? Che differenza c’è tra i miti e le leggende? Cos’è la civiltà? Queste domande ingenue e immediate sono le stesse poste durante il viaggio da Maria Joana a sua madre Rosa Maria che, con pazienza le risponde cercando di conciliare semplicità del linguaggio e precisione nella spiegazione. Domande ingenue che, nella loro immediatezza, potranno far sorridere o, al contrario, far tremare (perché ognuna di esse si spalanca su una voragine affollata di significati spesso contrastanti), ma alle quali di tanto in tanto sarebbe necessario provare a rispondere in maniera diretta, come se a porle fosse proprio un bambino. E questo per compiere una sorta di verifica, per controllare se termini importanti e di uso quotidiano, ai quali si attribuisce un valore assoluto e spesso scontato, riescano a reggere ancora ad una “messa alla prova” così diretta e senza appello. L’operazione alla base di Un film parlato sembra proprio questa e la scelta di due personaggi come una madre e la sua figlioletta (molto intelligente ma di appena otto anni), invece di una coppia di adulti, non appare così casuale. Quella cui assistiamo in tutta la prima parte del film è una sorta di “gita scolastica” (Rosa Maria è insegnante di storia) ad uso privato, durante la quale non mancano i momenti in cui la bambina (per altro molto paziente), proprio come tutti i suoi coetanei, mostra distrazione di fronte alle pur chiarissime spiegazioni della madre. Una gita scolastica molto particolare, tuttavia: la storia che si dipana di tappa in tappa, il racconto che la madre fa alla sua bambina, al di là della sua apparenza didattica (una funzione alla quale, in parte assolve, a tratti anche troppo pedissequamente), non è mera trasmissione di una conoscenza per il puro e semplice gusto del sapere, ma qualcosa di più e di diverso. È la stessa Rosa Maria ad affermarlo a più riprese, ogni volta che si imbatte in una nuova figura tra le tante che incontra sul suo cammino: ha intrapreso questo viaggio per vedere i luoghi dove è stata fatta la Storia che ha studiato e poi insegnato nel corso della sua vita. Il senso di questo vedere non è quello esclusivamente turistico del guardare, bensì quello ben più profondo dell’abbracciare con lo sguardo per comprendere. E questo nel senso etimologico del termine, ovvero un “prendere insieme” le storie (e le immagini) di luoghi che, se nei fatti e seguendo la semplice cronaca degli eventi, sono sempre stati divisi da rivalità, contrasti e guerre, al tempo stesso sono sempre stati uniti dall’auspicio dei popoli che li abitavano per un bene comune, superiore. Per questo de Oliveira affianca a Rosa Maria la figlioletta: è solo attraverso il suo sguardo “vergine” e solo facendosi guidare dalle sue domande che la donna può tentare di dar corpo a questa utopia (altra parola cara al regista che ha intitolato uno dei suoi film più recenti proprio Parola e utopia). La coppia madre-figlia, tuttavia, ha anche la funzione di mettere in evidenza qualcos’altro: la semplicità del loro rapporto, fatto di una “facilità” di relazione che non richiede – ovviamente – formalismi di sorta per poter esistere, contrasta con la cordialità affettata e artefatta del gruppo di adulti che diviene protagonista della seconda parte del film. Nessuno dei personaggi che siedono al tavolo del comandante (le tre donne celebri e lo stesso capitano) è antipatico o presuntuoso, ma si percepisce nei loro discorsi e nelle loro affermazioni un tono pessimista, un che di disilluso, dietro le apparenze brillanti della conversazione. È vero, proprio attorno a quel tavolo, al quale siederanno anche madre e figlia, si realizza quella “comprensione universale” di cui parlavamo a proposito del viaggio di Maria Joana e Rosa Maria. Tuttavia, l’utopia si realizza soltanto a bordo di una nave, un mezzo di trasporto che, forse ancor più di un aereo o un treno, per il fatto di esistere soltanto se legato all’acqua (superficie instabile, in continuo rimescolamento), dà l’idea di non essere realmente in nessun luogo e allo stesso tempo di poter andare dappertutto. È solo all’interno di questa dimensione artificiale (accentuata dal carattere convenzionale dell’occasione conviviale e dalla posizione appartata ed elevata del tavolo del comandante, collocato su una specie di palcoscenico) che avviene il “miracolo”. L’assurdo finale non fa altro che sottolineare la natura illusoria di questa unità, e la collocazione temporale molto precisa al luglio del 2001 della storia narrata non lascia dubbi: il viaggio nella Storia intrapreso da madre e figlia è un viaggio al termine della Storia. Un viaggio verso il momento in cui, proprio come nel film, a livello narrativo, la morte delle due protagoniste diviene inspiegabile, assurda e “fuori registro” (il fermo immagine finale sulla smorfia del comandante è l’icona di tale smarrimento), allo stesso modo, a livello storico, il tragico evolversi degli eventi causati dai colpi inferti dal terrorismo internazionale alla società occidentale, depositaria di un sapere millenario (ma spesso non di altrettanta saggezza), segnano la fine della Storia, almeno così come finora è stata concepita, ovvero in quanto tentativo di comprendere e spiegare una serie di eventi attraverso il filtro della razionalità, costruendo una concatenazione di fatti che possano assumere il valore di racconto, di storia, appunto.

 

Fabrizio Colamartino