Samia

13/05/2010 Tipo di risorsa Schede film Tema Immigrazione Sviluppo psicologico Titoli Rassegne filmografiche

di Philippe Faucon

(Francia, 2000)

 

Sinossi

Samia è un’adolescente algerina che vive a Marsiglia. La sua famiglia d’origine, composta di numerosi fratelli e sorelle e di una schiera di parenti, nonostante viva in Francia da molto tempo è rimasta legata alle tradizioni della terra d’origine, rifiutando perfino di parlare francese. I suoi genitori, e soprattutto il padre, del resto gravemente malato, vorrebbero che Samia vivesse secondo le regole di comportamento da loro imposte: abiti succinti, trucco, ma anche la frequentazione dei ragazzi francesi sono proibiti. Invece Samia e le sue sorelle vogliono vivere come le altre ragazze, e si ribellano con forza alle imposizioni familiari: una delle ragazze, Amel, va via di casa per andare a vivere col suo compagno, un francese, guadagnandosi la disapprovazione di tutta la famiglia, mentre Samia escogita sempre nuovi espedienti per fare ciò che vuole scontrandosi duramente col fratello, che invece vorrebbe tenerla sotto controllo. Del resto la vita quotidiana in Francia non è facile, tra razzismi espliciti e impliciti; e Samia non sa bene cosa fare della propria vita. Un giorno, tutte le ragazze della famiglia sono sottoposte a una visita medica per verificare la loro verginità: e Samia, ancora una volta, si ribella. Il film si chiude sulle donne della famiglia che tornano in Algeria per le vacanze, con la madre che finalmente le difende dalle sopraffazioni del fratello maggiore.

Introduzione al Film

Due mondi che non si tollerano

In una delle sequenze finali del film, tutta la famiglia di Samia è coinvolta nei festeggiamenti di un matrimonio celebrato col rito tradizionale. I canti, le musiche, gli abiti, il trucco delle donne, tutto parla di un mondo dal forte legame con i costumi antichi e con i riti celebrati secondo tradizione. È uno dei pochi momenti in cui i personaggi sembrano essere in armonia con loro stessi e con la loro storia. Separati dalla società francese, che li respinge ma con cui peraltro non vogliono avere niente a che fare, finalmente i componenti della famiglia ritrovano la sintonia grazie all’immersione in un universo conosciuto e confortante. La famiglia di Samia è del tutto isolata dalla città in cui vive, Marsiglia, e dalla società francese. Gli anziani parlano solo arabo; in generale, tutti i costumi dei «francesi», come li chiamano con disprezzo, sono considerati da biasimare perché contrari a ogni buona norma. Come dice una donna, algerina anch’essa, alla madre di Samia, «Vuoi che le tue figlie facciano una vita come la tua? Loro hanno studiato, ormai sono come le francesi», marcando con questa frase, rassegnata ma anche stizzita, la distanza tra le due generazioni che si fa incolmabile. Del resto anche i francesi, da parte loro, ritengono gli immigrati, anche se ormai di seconda generazione, un’entità estranea. Il razzismo è evidente a diversi livelli: nelle grida insultanti dei giovani nazisti dalle teste rasate, ma anche nella noncuranza per le norme di comportamento che derivano dalla religione: così Amel viene rimproverata dalla sua superiore, al supermercato dove lavora come cassiera, perché deve cambiare i suoi orari a causa del Ramadan, ostentando una totale mancanza di rispetto. Infine, un sottile razzismo traspare anche dalla sequenza iniziale del film, in cui un’insegnante cerca di consigliare Samia sul tipo di scuola superiore da seguire insinuando che, comunque, a lei toccherà un impiego poco retribuito e di scarsa levatura professionale. Sono solo le giovani generazioni che sembrano più integrate: i costumi si mescolano, i passatempi come la lingua sono gli stessi dei francesi, in una contaminazione che, suggerisce il regista, non può essere che positiva. Il quadro della società che il film presenta è quindi piuttosto complesso, e non ci sono soluzioni facili. La narrazione segue uno stile frammentario, episodico; non c’è un vero inizio né una vera conclusione, piuttosto seguiamo Samia in vari momenti della sua vita, per dare un ritratto più sfaccettato possibile della sua condizione di adolescente sospesa tra due culture e due modi di vita per molti aspetti inconciliabili. Il regista non propone soluzioni o conclusioni perché non esistono di semplici: l’intento di Faucon sembra essere piuttosto quello – apprezzabile – di presentare una situazione, degli eventi agli spettatori, lasciandoli liberi di decidere, di dare una loro interpretazione. Non ci sono, nel racconto, personaggi o situazioni stereotipate. Ogni carattere è complesso, con le sue ragioni e i suoi torti; ogni evento è passibile di più letture, è attraversato da punti di vista molteplici che, se non sono mai rassicuranti, fanno della complessità e della profondità il loro punto di forza.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Colei che si ribella

All’inizio del film, una didascalia firmata dal regista ci informa che, in arabo, il nome Samia significa “colei che si solleva”; la parola “ribelle”, invece, se applicata a una donna non esiste. Fin da subito, dunque, il regista ci dà una chiave di lettura precisa del film e del suo personaggio: una ragazza impulsiva, refrattaria alle regole e alle imposizioni, in un atteggiamento che la cultura da cui proviene rifiuta a tal punto da non volerlo neppure nominare. E Samia è davvero divisa tra due culture: quella della famiglia d’origine, che la tiene legata a un passato che non conosce e a un presente che non condivide, e quella francese, marsigliese, più moderna e dinamica anche se non facile, percorsa da tensioni razziste e inospitale per chi, comunque, è diverso dalla norma. La ragazza è estremamente consapevole delle difficoltà che la attendono una volta terminati gli studi: come ripete più volte, a cosa le serve studiare se poi le professioni cui potrà aspirare saranno soltanto quelle meno specializzate e, di conseguenza, meno retribuite? Ma, del resto, quello che lei vuole è la libertà: poter vivere come desidera, lontano da qualsiasi imposizione, che provenga dalla famiglia o dalla scuola. Il suo modello è uno dei fratelli, che è andato a vivere da solo, come farà nel corso del film la sorella maggiore Amel; le consuetudini della madre, il suo essere sottomessa al padre, la necessità di servire i fratelli in quanto uomini, sono tutte regole di comportamento che la ragazza non approva e alle quali si ribella con forza. È soprattutto la vita sessuale al centro delle apprensioni familiari. In questo senso una delle sequenze più convincenti è quella della visita medica cui le ragazze vengono sottoposte per controllare che non abbiano perso la verginità. Un medico compiacente visita le ragazze alla presenza della madre; ma Samia, ancora una volta, rifiuta quell’umiliazione, sfidando i rimproveri della madre e le percosse del fratello; e forse sarà proprio quest’episodio a convincere la madre della ragazza, poco prima della partenza per l’Algeria per le vacanze, a parlare brevemente al figlio imponendogli di lasciare respiro alle sorelle, in un’apertura finale per un racconto per il resto aspro e contratto come il carattere della protagonista. Quindi, da un lato una società francese che è desiderata perché simbolo di modernità e libertà, ma anche sentita come respingente e ostile; e dall’altro una famiglia onnipresente che da appoggio e sostegno diviene ostacolo e impedimento. La situazione di “colei che si solleva” non è semplice; e la prospettiva del regista non tenta di nascondere la complessità, ama la contrario lavora su di ssa restituendola in uno stile rapsodico, spezzato. Il ritmo della narrazione è discontinuo: ora accelera, tagliando i vari episodi, passando rapidamente da un momento all’altro della storia; ora rallenta, fermandosi in primi piani della protagonista che ne esplorano, senza esaurirle, le infinite espressioni del volto. Ed è proprio quest’ambiguità il punto di forza del film: se le situazioni presentate sono già state esplorate in moltissimi film, Faucon riesce bene a evitare le secche degli stereotipi e a presentare ogni personaggio – e com’è ovvio soprattutto Samia, che è praticamente al centro di ogni inquadratura – come individuo complesso, in cui la ragione e il torto s’intrecciano senza che s’intraveda la possibilità di districarli.

Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici

Il film può agevolmente rientrare in un ciclo di film dedicati all’integrazione di culture diverse dalla dominante occidentale in una società segnata dalla chiusura e dalla paura del diverso. In ambito francese si può pensare a Couscous (Id., Francia 2007) di Abdel Kechiche, anch’esso ambientato a Marsiglia, che racconta l’impresa di una famiglia di marocchini che tentano di aprire un ristorante; o, in chiave più drammatica, a L’odio (La haine, Francia 1995) di Mathieu Kassovitz, storia di tre ragazzi di banlieue e della loro esistenza violenta e disperata. Per quanto riguarda la realtà inglese si possono ricordare Sognando Beckham (Bend It Like Beckham, GB 2002) di Gurinder Chadra, in cui la giovane protagonista anglo-indiana riesce attraverso il calcio a superare il senso di inferiorità nei confronti di una società poco accogliente e fredda; sullo stesso tema si muove anche East Is East (Id., GB 1999) di Damien O’Donnell, ambientato nella comunità anglo-pachistama di Londra. Anche Un bacio appassionato (Ae Fond Kiss, GB/Belgio/Italia/Spagna/Germania 2004) di Ken Loach, affronta il tema della comunicazione tra culture e generazioni diverse raccontando la storia d’amore tra una giovane irlandese e un ragazzo immigrato pachistano di seconda generazione, tra i razzismi di una e dell’altra parte; un’idea simile – la difficile storia d’amore tra un’italiana e un immigrato marocchino – è al centro del bel film di Carlo Mazzacurati La giusta distanza (Italia, 2007) ambientato in una pianura padana nebbiosa e crudele. Chiara Tognolotti