Rushmore

Sinossi

Il quindicenne Max Fischer è un personaggio molto in vista nel prestigioso liceo Rushmore: egli, infatti, è editore dell’annuario e della rivista della scuola, presidente del club francese, di quello tedesco, del club di scacchi, dell’associazione di astronomia, moderatore e organizzatore del gruppo di discussione, apicoltore, fondatore della squadra di palla prigioniera e direttore della compagnia teatrale che porta il suo nome, per la quale ha scritto alcuni drammi molto apprezzati dal pubblico. L’intensa attività extrascolastica, tuttavia, gli procura un profitto scarso e Max è avvisato dal preside che sarà espulso dalla scuola se dovesse incorrere in una nuova insufficienza. Max, intanto, si innamora di un’insegnante del collegio, la signora Rosemary Cross, ed inizia a corteggiarla, incurante della differenza d’età e dei rispettivi ruoli. Per far colpo sulla donna, cerca di sviluppare, con l’aiuto dell’industriale Herman Blume, filantropico donatore di fondi al collegio in cui studiano anche i due insulsi figli, un progetto per la costruzione di un acquario da edificare al posto del campo da baseball. A causa dell’assurdo progetto, Max è espulso dalla scuola ed è costretto a frequentare la scuola pubblica, la Grover Cleveland High School. Intanto, Herman Blume, diventato buon amico di Max, si innamora perdutamente di Rosemary Cross, causando l’ira di Max che fa di tutto per far cadere in disgrazia l’uomo, rivelando tutto alla moglie di lui e provocandone l’istanza di divorzio. Max cerca, nonostante i ripetuti rifiuti, di fare breccia nel cuore di Rosemary, ma la situazione precipita, anche perché il suo migliore amico, Dirk Calloway, lo accusa di essersi vantato di avere una relazione con sua madre. Profondamente scorato, Max lascia la scuola e comincia a lavorare nel salone di barbiere di suo padre, ma gli incontri con Dirk, recatosi nel salone per riconciliarsi con Max e con Herman Blume, affranto per la fine del rapporto con Rosemary, ancora legata al ricordo del marito morto qualche anno prima, gli fanno capire di dover lavorare con rinnovato entusiasmo per far sì che Rosemary e Herman possano soddisfare la loro storia d’amore. I due, dietro la regia occulta di Max, si incontrano allo spettacolo teatrale “Paradiso e inferno” allestito dal ragazzo nei locali del Grover Cleveland: un riavvicinamento è possibile, mentre Max pare aver trovato nella compagna di classe Margaret Yang una fidanzata consona alla sua età.

Introduzione al Film

Maschere grottesche

Rushmore, secondo film di Wes Anderson (che due anni prima aveva esordito con Un colpo da dilettanti e tre anni dopo Rushmore realizzerà I Tenenbaum, film che gli procurerà la consacrazione di pubblico e critica), si origina dalle esperienze scolastiche del regista (che è andato a scuola a Houston, Texas) e del suo abituale collaboratore alla sceneggiatura, l’attore Owen Wilson (che invece aveva frequentato il liceo a Dallas) e dall’interesse per coloro che risultano ossessionati dal voler risultare esperti in ogni campo, senza ammettere una loro possibile mancanza in nessuno di essi. Ma il biografismo di Rushmore non è solo un’esile traccia basata sul ricordo di un’ambientazione scolastica: lo stesso Anderson ha ricordato nel corso di varie interviste di aver scritto, proprio come il personaggio di Max Fischer, molte commedie dai soggetti strampalati (una addirittura su King Kong) soltanto per il gusto di interpretare il personaggio principale. Utilizzando lo stile e le tonalità che con il successivo I Tenenbaum diventeranno caratteristici, il regista ambisce a raccontare una vicenda di tentativi di affermazione individuale di un adolescente innamorato della scuola che frequenta al punto da non volerla lasciare per nessuna ragione. Lo fa basandosi sulla maschera quasi atarassica di Jason Schwartzman, che conferisce a Max Fischer quell’aura di ingiustificata superiorità verso il mondo che lo circonda da rendere la sua performance quasi lunare, provocando nel pubblico una contrastante indecisione tra l’avversione nei suoi confronti o la simpatia generata dall’esagerazione che contrassegna ogni momento della sua eccentrica vita.. Anderson, come consueto nel suo cinema, si pone a debita distanza dai suoi personaggi, osservandoli con un’impassibilità che però non è mai freddezza, ma soltanto distaccata osservazione delle ciniche vicende altrui, viste attraverso la lente deformante del grottesco quotidiano.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Il desiderio di affermazione e la mancanza di affetto

Un insegnante sta spiegando agli allievi un difficile teorema matematico all’interno delle austere aule del Rushmore Academy. Il docente, scorato, sostiene che nessuno, nemmeno i più insigni matematici, è stato in grado di risolvere quell’esercizio. La classe invoca a gran voce l’intervento di Max, il quale sta leggendo con ben palesata noia un quotidiano. Max si avvicina alla lavagna con fare superiore mentre sorseggia una tazza di the ed inizia a scrivere. In men che non si dica l’occhialuto ragazzo porta a termine l’operazione, tra lo stupore dell’insegnante e il tripudio dei compagni che lo portano in trionfo. Ma in realtà Max sta sonnecchiando durante una celebrazione della scuola: il suo era solo un sogno. Inizia così Rushmore, fornendo da subito le coordinate attraverso cui leggere il personaggio di Max e il suo bisogno di affermazione. Max Fischer, infatti, dotato di modi azzimati, di parlantina sciolta e avvolgente, di occultata cialtroneria, è un sedicenne che nonostante la sua ostentata e fastidiosa sicurezza (sconfinante spesso nella presunzione irrazionale) ha un evidente bisogno di affermazione e protagonismo all’interno del suo ambiente di riferimento. Ma questo è possibile soltanto in sogno: in realtà il suo rapporto con i compagni di scuola è problematico e in alcuni casi anche dannoso (sono diversi i momenti in cui rischia l’incolumità in una colluttazione con un coetaneo), suo unico amico è Dirk Calloway, molto più giovane di Max, figlio di una madre con cui Fischer millanta credito nella speranza di far breccia nelle sue attenzioni. Max è diverso dagli altri già dal suo abbigliamento: giacca college blu e relativa cravatta che lo fanno spiccare in mezzo ad una massa di allievi con camicia azzurrina. Ma evidenziarsi non vuol dire in questo caso eccellere: Max rischia seriamente di essere espulso dalla scuola per gli scarsi risultati riportati nelle varie materie. Il desiderio di affermazione di Max, in effetti, lo porta ad un’iperattività nelle attività collaterali della scuola (dalle arti marziali all’attività di volo su aeroplano) che va sicuramente a scapito del profitto didattico. Ma Max ama la sua scuola (la frequenta da dieci anni) e, come dice ad Herman Blume prima che diventi suo amico: «Devi trovare qualcosa che ami fare e poi farlo per il resto della tua vita». Il guaio di Max è proprio questo, quello di non evolvere, di sforzarsi di apparire per catalizzare l’attenzione altrui, ma di non compiere un autentico percorso di crescita che lo porti ad una maturazione necessaria ed auspicabile. Anche l’innamorarsi di Rosemary Cross sull’esile base di una frase di Jacques-Yves Cousteau scritta dalla donna su un libro della biblioteca («Quando un uomo, per qualsiasi ragione, ha la fortuna di condurre una vita straordinaria, non ha nessun diritto di tenerla solo per sé»), che Max ritiene illusoriamente una specie di motto applicabile alla sua vita, è un tentativo spurio di crescita immediata, perseguito senza possedere le basi per una presa di coscienza effettiva della propria maturazione. Nonostante la sicumera esibita – e forse proprio in funzione di questa – Max manifesta una mancanza, quella della madre, morta quando aveva otto anni: è, infatti, davanti alla sua tomba che il ragazzo si rifugia nel momento in cui si sente completamente battuto, sia nell’amore frustrato nei confronti di Rosemary, sia nell’amicizia che coltivava con Herman Blume. Non è un caso, infatti, che Max si rivolga sempre a figure materne (la madre di Dirk, Rosemary) o che in qualche modo possano richiamare in lui il concetto di famiglia (il preside Guggenheim, lo stesso Herman, che ha due figli tonti e che vede in Max una figura sostitutiva). Così, tra le pieghe di un racconto a tratti surreale, puntellato da personaggi bizzarri che danno vita a situazioni stravaganti, come è consuetudine nel cinema di Wes Anderson, si affaccia il bisogno dell’affetto familiare, unico porto sicuro tra varie millanterie e tentativi di essere ciò che non si è.

Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici

Prove generali di successo L’iperattività scolastica di Max richiama immediatamente alla mente quella, altrettanto ipertrofica, di Tracy Flick, sgradevole protagonista del sapido Election di Alexander Payne. Diversi gli intenti delle due pellicole (difficoltà di un percorso personale di formazione per il film di Anderson, critica acutissima sull’arrivismo di alcune categorie americane nel lavoro di Payne), diversi i caratteri dei due personaggi (millantatore e simpaticamente cialtronesco Max, cinica, calcolatrice e perfida nella sua volontà Tracy), ma modalità di illustrazione comparabili all’interno di un mondo scolastico in cui le attività collaterali contribuiscono a creare il personaggio e la sua personalità, aumentandone la popolarità e preparandolo a future conquiste nella società degli adulti. Entrambi i film possono essere integrati nel tessuto di una riflessione sulla volontà di affermazione personale in una società che proclama l’individualismo come valore e sulle modalità con cui ci si prepara all’ingresso nell’età adulta in scuole organizzate diversamente dalla nostra per attitudini, percorsi ed esperienze trasmesse.

Giampiero Frasca