My generation

di Barbara Kopple

(USA, 2000) 

Sinossi

Woodstock, nel 1969, rappresentò il canto del cigno della Summer of Love. Venticinque anni dopo, nel 1994, è organizzato un nuovo megaraduno per celebrarne l’anniversario, evento ripetuto poi nel 1999. Il documentario mescola abilmente la manifestazione storica con le altre due, più recenti, per confrontare come sono cambiate le generazioni di partecipanti, ma anche per sottolineare come sia mutato radicalmente lo spirito dell’evento, ora sponsorizzato dalle multinazionali e sempre più fenomeno d’élite a causa dei proibitivi costi del biglietto e dei confort necessari durante lo svolgimento del concerto. Ciononostante, a dispetto delle palesi differenze, il documento riesce a mettere in evidenza anche i parallelismi tra le due generazioni, contemporaneamente molto lontane per aspirazione e valori, e notevolmente vicine per quanto riguarda azioni, volontà di divertimento e relazioni interpersonali.

Introduzione al Film

In principio era il fiore My Generation di Barbara Kopple s’inserisce in uno dei film culto della Controcultura anni Sessanta, quel Woodstock (1970) di Michael Wadleigh diventato un autentico paradigma tra i documentari musicali per la materia trattata e per le modalità di rappresentazione, e ne utilizza le immagini per realizzare un confronto tra generazioni differenti, tra spiriti e ideologie divaricanti, tra organizzazioni ugualmente elefantiache ma mutate nell’atteggiamento nei confronti dell’interesse finanziario. Il Woodstock di Wadleigh (il cui montatore, tra gli altri, era un giovane ancora misconosciuto Martin Scorsese) mostrava una generazione bisognosa di sogni cui aggrapparsi, di aspirazioni forse un po’ troppo utopiche, di ideali e (spesso aleatorie) volontà pacifiste, in un momento storico caratterizzato dalla guerra del Vietnam e dal rifiuto per ogni forma di violenza, di libero amore (ancora risuona forte il primo piano di Country Joe McDonald che fa lo spelling, durante la sua esibizione, della parola “Fuck!”, invitando il pubblico a replicare a squarciagola come se fosse un invito all’azione universale) e dalla smania di lasciarsi cullare dalle elettrizzanti e psichedeliche melodie di artisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jefferson Airplane, Who, Santana, Crosby, Stills, Nash & Young e Greateful Dead, solo per citarne alcuni. Woodstock ha avuto il grosso merito di cristallizzare nell’immaginario collettivo, anche e soprattutto di quelli che non vi parteciparono, ciò che fu il Flower Power, la grande stagione del Peace & Love, inteso come valore universale. Ancora di più del Monterey Pop (1968) di D. A. Pennebaker, che rimane, documentaristicamente, uno dei lavori meglio realizzati del periodo, il film di Wadleigh, con la sua sapiente alternanza (per oltre 200 minuti) tra le riprese sul palco durante le indimenticabili performance degli artisti (Pete Townshend degli Who che spacca la chitarra contro le casse, Roger Daltrey, cantante dello stesso gruppo, con la sua giacca dalle interminabili frange, Jimi Hendrix che incendia il suo strumento mancino, lo struggente lamento di Janis Joplin, l’ironico attacco di Suite: Judy Blue Eyes di C, S, N & Y ecc.), le carrellate sui giovani partecipanti, le interviste tra la gente e la perplessità degli abitanti di Bethel, il sobborgo nello stato di New York in cui si svolse la manifestazione. Da questa base, dalle sue immagini, dal suo esempio e dai giovani mostrati tra il pubblico parte il lavoro della Kopple. Trentun anni dopo per mostrare ciò che è successo a distanza di venticinque anni.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Il mio regno per una lattina I denominatori comuni sono Michael Lang, già organizzatore del primo storico evento, e alcuni artisti che hanno accettato di suonare nuovamente nella seconda manifestazione che intendeva rinverdire i fasti leggendari della prima, sfruttandone il marchio per un’operazione economica senza precedenti. Sponsor, case discografiche, interessi finanziari contraddicono all’origine la filosofia del 21 agosto ’69, quando in soli tre giorni (e nemmeno tutti pieni) si scrisse una pagina leggendaria ed indelebile della sociologia del rock ‘n’ roll. Ora, nel 1994, i biglietti per assistere alla manifestazione hanno costi realmente proibitivi (135 dollari per un solo tagliando: indicativo il parere di un giovane sui pattini che ammette che pur interessandogli l’evento non può assolutamente permettersi di spendere una cifra così elevata), circolano bevande che intendono apporre il loro riconoscibile marchio sulla manifestazione, e si cerca – addirittura! – di barattare quello che un quarto di secolo prima era considerato il diritto/dovere del libero amore con la creazione e distribuzione di preservativi con il logo dell’evento. Sembra quasi un’assonanza, se non addirittura un refuso dovuto ad una battitura distratta, ma dall’America degli Hippies si è passati a quella degli Yuppies, ed il passo non è stato sicuramente piccolo. Ma questa è diventata ormai l’America e i giovani stessi non paiono molto addolorati dal deciso mutamento di tendenza, dal momento che, intervistati, affermano con fierezza l’unicità della loro generazione rispetto a quella dei padri di venticinque anni prima, considerata meno pragmatica, più idealista, forse anche più vaga e meno concreta. Almeno a parole, è il trionfo della disillusione e della consistenza, ma basta un semplice giro di interviste tra i ragazzi del ’94, che hanno difeso fino a poco prima la loro diversità, per realizzare come essi non facciano altro che ricercare ciò a cui molti già nel ’69 ambivano: avventure facili con ragazze disponibili (memorabile uno schiaffone sferrato da una ragazza stanca delle avances di un coetaneo), sessualità estemporanea e fugace (durante la pratica del moshing, il farsi trasportare dalle mani protese del pubblico, i palpeggiamenti alle fanciulle compiute da piratesche e anonime mani furfantesche capaci di coglier l’attimo), divertimento teso a dimenticare momentaneamente le occupazioni quotidiane, brama di paradisi artificiali da procurarsi con droghe allucinogene (una ragazza minorenne con un cartello inneggia all’LSD). Anche le paure e le impressioni degli abitanti dell’area che dovrà ospitare il megaevento sembrano riprese, identiche, da quelle dei residenti dell’area di Bethel, venticinque anni prima: la paura per quella che pare essere un’orda impazzita di delinquenti e tossicodipendenti investe gli abitanti e, anche se non crea una psicosi collettiva, li mette in guardia sulla situazione e li dispone anche ad usare le armi se gli avvenimenti dovessero prendere una piega inaspettata (uno dei residenti, durante una riunione cittadina, sostiene con estrema tranquillità davanti alla cinepresa che se i ragazzi superassero il recinto della sua proprietà prenderebbe immediatamente il fucile). Un altro aspetto che accomuna le due generazioni, a dispetto del mutata natura commerciale dell’evento, è il rifiuto verso la mercificazione della musica, dei sentimenti, delle appartenenze: uno ad uno i ragazzi intervistati mostrano la loro insofferenza nei confronti del mutamento di spirito con cui la manifestazione è stata pensata e organizzata, al punto da dare fuoco, in serata, ad uno degli stand degli sponsor presenti, per un rogo che vuole essere un rito purificatore più che atto teppistico in senso stretto. A ben guardare, il ventaglio delle differenze si stringe sempre più, anche inconsapevolmente (un ragazzo riconosce di aver apprezzato moltissimo la performance ’94 di Carlos Santana, nonostante le sue attese fossero di tutt’altro segno). Ciò che emerge, ribadito dalla parole illuminanti del poeta beat Allen Ginsberg, è un’enorme volontà di aggregazione tra persone diverse, così come già era stato per la generazione del Flower Power. Cambiano i tempi, cambia la musica (e non sempre in meglio), ma le disposizioni giovanili, nonostante si accusi la nuova generazione di disinteresse, non mutano quasi per niente.

Riferimenti ad altre pellicole

Insieme a Woodstock di Michael Wadleigh, di cui, tuttavia, riprende ampi segmenti per poter operare il necessario confronto, My Generation può essere inserito in un percorso didattico con l’intenzione di mostrare mode e mitologie giovanili a contatto tra generazioni differenti, per notare l’eventuale mutamento di gusto, di tendenza, di modalità di aggregazione, di aspettative e di disposizioni al divertimento.  

E' possibile ricercare i film attraverso il Catalogo del Centro nazionale, digitando il titolo del film nel campo di ricerca. Le schede catalografiche, oltre alla presentazione critica collegata con link multimediale, contengono il cast&credits e una sinossi. Tutti i film in catalogo possono essere richiesti in prestito alla Biblioteca Innocenti Library - Alfredo Carlo Moro (nel rispetto della normativa vigente).