Molto forte, incredibilmente vicino

di Stephen Daldry

(Usa, 2011)

 

Sinossi breve

L’undicenne Oskar Schell, a un anno dalla morte del padre Thomas, perito nel crollo delle Twin Towers l’11 settembre 2001, trova per caso una chiave, collocata in una busta nascosta nel guardaroba paterno.
Il bimbo, affetto dalla Sindrome di Asperger, molto legato al genitore per via dei modi sempre coinvolgenti e divertenti che scovava per farlo uscire dal suo isolamento, inizia una ricerca serrata per scoprire qual è la serratura che quella chiave apre. È convinto che vi troverà l’ultimo messaggio da parte del genitore. L’unico indizio che ha a disposizione è la scritta “black” presente sulla parte esterna della busta. Il suo programma è dunue tanto semplice quanto improbo: di bussare alle porte di tutti i Black di New York City e chiedere informazioni utili per risolvere l’enigma. Dopo le prime fallimentari prove, tenuta all’oscuro la madre, Oskar chiede aiuto all’anziano inquilino che vive dalla nonna. L’uomo, molto anziano, non parla e comunica con gli altri solo attraverso i gesti del corpo o brevi scritte appuntate sulle agendine che porta con sé. La ricerca, che porterà Oskar a scoprire cose inaspettate e lontane, almeno apparentemente, dalle sue speranze, gli consentirà di elaborare il lutto della perdita del genitore, di riallacciare i rapporti con la madre e di scoprire che quell’uomo anziano, altri non è che il nonno che non ha mai conosciuto, sopravvissuto ad un altro terribile evento storico: il bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale.   

 

Presentazione critica. Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

La forza delle immagini e quella delle parole

Oskar Schell ha enormi difficoltà di socializzazione con gli estranei a causa della sindrome di Asperger, ma anche molta curiosità, una parlantina fitta, un talento innato per le indagini. Il padre, orologiaio di New York, fa di tutto per «costringerlo» a superare le sue paure inventandosi missioni da compiere per le strade della città che lo obblighino a familiarizzare con i passanti, come ad esempio quella di scoprire notizie circa l’esistenza di un fantomatico “sesto distretto” newyorchese di cui si troverebbero tracce e testimonianze tra le colline di Central Park. Il rapporto tra i due è speciale, carico di affetto, dialettico e improntato sulla fiducia reciproca e sulla voglia di scoprire e conoscere. Anche da questa breve descrizione relazionale, si capisce bene quanto dolorosa e funesta possa essere per Oskar la morte del padre, una delle tante persone che la mattina dell’11 settembre si trova nelle due torri gemelle poco prima dell’attacco terroristico. L’uomo, rimasto bloccato per alcune ore negli edifici in fiamme, cerca disperatamente di mettersi in contatto con la famiglia, riuscendo però a registrare solo qualche messaggio sulla segreteria telefonica che Oskar, appena giunto a casa da scuola, ascolterà esterrefatto, senza avere il coraggio di alzare la cornetta. Come se non bastasse, Oskar non solo si rifiuta di rispondere al telefono, ma pensa di vedere la morte in diretta TV del proprio genitore quando crede di riconoscerlo in uno degli uomini che si lanciano per disperazione dalle torri. In questo passaggio dalla parola mancata all’immagine che parla (poco importa se dice cose vere o false) si realizza uno dei passaggi più rilevanti e significativi del film (poi rielaborato da Oskar attraverso i disegni del suo diario e il riascolto continuo dei messaggi registrati, nascosto in un comparto segreto del proprio armadio). Quell’immagine – e più in generale tutte le immagini che hanno invaso il mondo e raccontato “in diretta” uno degli eventi storici più importanti del nuovo secolo – ha per Oskar, e di conseguenza anche per noi, la forza di ammutolire, di trasformare ogni racconto in una “parabola” che non mette più a lato l’azione (questo l’etimo del termine), ma la precipita in un abisso, togliendo – almeno inizialmente – senso ad ogni parola.  

A ben vedere, però, l’assenza di un dialogo riparatore e definitivo tra padre e figlio – tipico ad esempio dei melodrammi famigliari di qualche tempo fa - non è indice d’incomunicabilità o di scontro tra generazioni. Al contrario si comprende presto che è abbrivo e genesi di una nuova fase di consapevolezza, in cui il rapporto tra i due non è più fondato sulla parola o sull’incontro reale, ma sui gesti, sul ricordo di quei gesti e sul valore di testimonianza di quei gesti (su un immagine-ricordo data dai flash back che infarciscono il film). Con la scoperta della chiave e l’inizio di una lunga indagine alla ricerca della serratura che quella chiave apre bussando alle porte di tutti i Black della città, Oskar non inizia l’ultima missione affidatagli dal padre bensì la prima di una nuova vita autonoma e matura che egli pianifica con straordinaria precisione e che gli consentirà sia di costruire nuove relazioni significative (con l’anziano uomo che l’accompagna, con la madre che lo attende a casa) sia di trovare risposte alle proprie domande. E se non ce ne sono sul senso di quella tragedia collettiva, Oskar ne troverà a proposito dei significati che può avere l’incontro con l’altro, il superamento delle proprie paure, il valore delle parole e dei sentimenti e per ultimo sulla possibilità di manipolare le immagini, fino a farle “ritornare indietro” se solo si vuole, cambiandone di segno il significato.

Il film sembra dirci, insomma, che si può rielaborare il lutto dell’11 settembre costruendo o ricostruendo rapporti educativi, specie tra le generazioni, specie tra famiglie, imparando a sostituire la virtualità del contatto offerto dalle macchine (la TV e la segreteria telefonica) con la concretezza dell’incontro diretto, un porta a porta, con tanto di accoglienti abbracci o di possibili rifiuti. Solo in questo modo si può trasformare la propria storia (quella della propria sofferenza) in un ricettacolo che accoglie le miriadi di storie che sono attorno a noi (incarnate dai tanti Signor e Signora Black che Oskar incontra sul cammino) e che aspettano soltanto qualcuno che abbia voglia di conoscerle. Questo rinnovato territorio narrativo è il famoso sesto distretto che cerca Oskar e noi con lui.

 

Riferimenti ad altre pellicole

Sull’11 settembre il cinema americano si è misurato fin subito, trasformando il medium in uno strumento di rielaborazione “fredda” e “distaccata” (almeno rispetto alle narrazioni urlate delle televisioni e dei media) che cercasse ragioni più profonde in quella tragedia, ragioni basate sugli stili di vita, sul modo con cui l’America ha saputo o voluto raccontarsi al mondo, sulle basi culturali e sociali da cui ripartire. I riferimenti sono ad esempio a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore (Usa, 2006), il film a episodi 11 settembre 2001 del 2002 (firmato tra gli altri da Ken Loach, Samira Makhmalbaf, Sean Penn, Idrissa Ouedraogo e – nell’episodio più vicino alle riflessioni presenti in questo film – da Alejandro Iñárritu), World Trade Center di Oliver Stone (Usa, 2006), Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (Usa, 2012).

Altrettanto numerosi sono i film dedicati a personaggi affetti dalla Sindrome di Asperger. Ne ricordiamo solo alcuni come Mozart and the Whale di Petter Næss (Norvegia, 2005), Adam di Max Mayer (Usa, 2009), Ben X di Nic Balthazar (Belgio, 2007), La fiamma sul ghiaccio di Umberto Marino (Italia, 2005), Il mio nome è Khan di Karan Johar (India, 2010)

 

Spunti didattici

Come si è detto durante il testo di commento, questo film si presta ad almeno tre interessanti percorsi di approfondimento, da svolgere in classe o anche singolarmente. Intanto la pellicola consente – dentro una cornice narrativa accattivante e mai noiosa – di porsi delle domande sul significato profondo che ha avuto l’11 settembre non solo per gli americani, ma per tutti coloro che hanno assistito “in diretta” al crollo delle due torri (con tanto di immagini strazianti e perturbanti). Su questo fronte, ovviamente, ci si può affidare ad una ampia bibliografia, facilmente consultabile in rete o in biblioteca, oltre che ai film citati nel precedente paragrafo.

Un secondo fronte riguarda invece la narratologia, ovvero quell’insieme di strumenti – parole, immagini, silenzi, approcci – che è in mano all’individuo per costruire storie e – questo è il caso di Oskar – ricostruirsi un’identità. La presenza del nonno di Oskar che non parla, ma scrive, quella della segreteria telefonica che registra ma non consente l’interrelazione, il diario e il piano di azione che si appunta il protagonista, la presenza educativa (anche se invisibile) della madre di Oskar, sono tutti elementi che in qualche modo si rifanno alle questioni della narratività e del racconto di sé.

Il terzo, ovviamente, riguarda la questione dell’handicap ed in questo caso della Sindrome di Asperger. Detto che ogni rappresentazione cinematografica dell’handicap è una semplificazione se non addirittura una alterazione di quello che è il reale spettro relazionale dei diversamente abili, questo film, come gli altri suggeriti nel precedente paragrafo, così come quelli presenti in una filmografia tematica curata da questo sito, possono essere tutti utili strumenti per capire, ad esempio, quali sono le caratteristiche di una determinata sindrome o malattia. A tal proposito, è un consiglio persino banale, può essere utile farsi affiancare nell’elaborazione di qualsiasi percorso sul tema da psicologi o altro personale preparato.

 

Link di approfondimento

Pagina ufficiale del film su Facebook (in inglese) >>>

Recensione di Giovannella Rendi sul sito closeup.it (in italiano) >>>

Filmografia ragionata “Gli alfabeti della diversità” su minori.it (in italiano) >>>