Miracolo a Le Havre

regia di Aki Kaurismäki  

(Finlandia, Francia, Germania, 2011)

 

È un vero peccato non poter annoverare l'ultimo film di Aki Kaurismäki nella rassegna-evento dedicata ai minori stranieri che partirà tra pochi giorni - dall'11 al 15 dicembre - all'interno del Sottodiciotto Filmfestival - Torino Schermi Giovani.

La kermesse Da questa parte del mare. Voci e immagini dei migranti, organizzata dal Centro nazionale e dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni, è un importante appuntamento per conoscere le più recenti produzioni cinematografiche, in gran parte in anteprima italiana, dedicate ad uno dei fenomeni più complessi del nostro tempo. Se ragioni commerciali e la possibilità di presentare il film in anteprima al più rinomato e mediaticamente appetibile Torino Film Festival non avessero spinto la casa di distribuzione a farlo uscire nelle sale già in questi giorni, Miracolo a Le Havre avrebbe certamente ben figurato dentro un programma comunque fitto di pellicole che arrivano da tutto il mondo, dal Messico alla Svezia, dalla Francia a Israele, dal Portogallo alla Gran Bretagna e ovviamente all'Italia. Lo avrebbe, crediamo, arricchito di quel tono grottesco e quell'esilarante spietatezza che solo il regista finlandese sembra oggi possedere nel panorama cinematografico internazionale. Il suo è un cinema depauperato da ogni carineria, sia formale che narrativa, ma anche da ogni scorciatoia che i generi cinematografici o le sceneggiature strutturate offrono al regista di turno. È un cinema che si è plasmato un proprio mondo e che si diverte a distruggere e ricostruire di film in film, talvolta addirittura di sequenza in sequenza - come facevano Tati o Chaplin, ma con in più una dose letale di disincanto e freddezza. Con le sue baracche spoglie, gli oggetti e gli arredamenti anni Settanta/Ottanta, le luci al neon improbabili, i bicchieri di vino o birra da trangugiare e i silenzi da degustare, i film di Kaurismäki sono riconoscibili dal primo fotogramma, autosufficienti, prevedibili eppure completamente estranei a qualsiasi altra esperienza di visione.

A questo giro di giostra, però, nel suo universo di perdenti, di emarginati, di uomini senza memoria o reietti rimasti nel passato, irrompe l'attualità e un'ingiustizia ancora più grande di quella che investe e in parte persino ovatta la loro condizione di antieroi sottoproletari: quella di Idrissa, un ragazzino di colore scampato alla cattura da parte della polizia di frontiera, intenzionato ad attraversare la Manica e raggiungere alcuni familiari a Londra. A prendersene cura e ad aiutarlo nel suo progetto di fuga ci sono i classici tipi kaurismäkiani: un lustrascarpe di nome Marcel Marx, ex clochard, con la moglie Arletty in ospedale (di cui ignora la malattia incurabile), il suo cane Laika, l'ispettor Monet, dalle fosche apparenze, atterrato da un noir di Melville, qualche piccolo commerciante, gli improbabili avventori di un caffè, persino un delatore interpretato da Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di François Truffaut.

È più semplice capire la natura corrosiva e ficcante della nostra pellicola, la sua natura intimamente politica, se la si paragona con una dalla trama e dalle tesi di fondo pressoché identiche. Anche in Welcome (Francia, 2009) del francese Philippe Lioret, ad esempio, abbiamo un minore non accompagnato che vuole raggiungere la Gran Bretagna dalle coste settentrionali della Francia, si trova solo, braccato dalla polizia che intende arrestarlo ed espellerlo, costretto ad affidare il proprio folle progetto a un "perdente", un allenatore di nuoto con un passato di sofferenza alle spalle. Anche qui, come in Miracolo a Le Havre, l'obbiettivo è di mettere in luce la crudeltà delle leggi sull'immigrazione, la condizione inumana in cui versano i migranti relegati nei cosiddetti "centri di accoglienza" (veri e propri lager), il bisogno di una presa di responsabilità individuale e collettiva per tutelare almeno i diritti e i bisogni di ragazzi che non hanno ancora raggiunto la maggiore età. Se simili sono i principi toccati dai due film, sono l'atteggiamento e lo spirito a differenziarli sensibilmente. Il primo sceglie di affrontare il tema attraverso i mezzi tipici del cinema di denuncia sociale: coinvolgimento emotivo e compassionevole dello spettatore con i personaggi, situazioni di conflittualità crescenti, assiologie chiare, un tono e uno stile di ripresa semidocumentarista, location vere, un finale tragico. Il secondo, il nostro, sfrutta piuttosto i caratteri della favola, certe sue prerogative denarrativizzanti: una rappresentazione grottesca, la presenza di personaggi-maschere, un happy end improvviso, il gusto per l'assurdo (da memorizzare la sequenza dell'ananas), scene e scenografie dichiaratamente false (le case, il quartiere dormitorio di Le Havre).

La scelta di Kaurismäki fa sì che la riflessione sulla condizione dei minori migranti da lui avanzata si allontani dalle logiche dello spettacolo o dell'intrattenimento fine a se stesso, rinunci alla fatica di confrontarsi da una parte con lo stereotipo dello straniero da abbattere e dall'altra con il dispiegarsi di un fenomeno che il cinema deve certo raccontare, ma che non ha i mezzi per rappresentare in tutta la sua ampiezza e complessità. E sappia collocarsi piuttosto in mezzo o meglio ancora fuori e oltre i discorsi comuni, scegliendo una narrazione che va dritta al cuore dei principi e dei valori, dei diritti e dei bisogni dell'uomo. Quelli che alcuni chiamerebbero "non negoziabili". Ma la macchina da presa del regista non si prende sul serio, non fa sermoni, non ha verità precostituite. Si accontenta di mettere in scena il miracolo di un concerto rock d'altri tempi, di una guarigione inaspettata, di un ciliegio che fiorisce nel giardino di casa.

Marco Dalla Gassa