L'oro di Napoli

di Vittorio De Sica

(Italia, 1954)

Sinossi

Film a episodi. Si raccontano le virtù e le caratteristiche di Napoli attraverso sei piccole storie.

Ne “Il guappo”, Don Saverio, un padre di famiglia, vorrebbe ribellarsi ad un guappo prepotente che vive, mangia, ordina, si fa servire a casa sua da ormai dieci anni. Egli trova il coraggio solo quando scopre che è in fin di vita. In “Pizza a credito”, una pizzaiola perde l’anello di matrimonio a casa dell’amante e rischia di farsi scoprire dal marito. Ne Il funeralino”, la madre di un bambino morto decide di attraversare, con il corteo funebre, le strade principali di Napoli donando confetti ai bambini che incontra. In “I giocatori”, un nobile, ridotto sul lastrico dal vizio del gioco, gioca a carte con il figlio del portinaio pur di non rinunciare alla sua debolezza. Il bambino, costretto dal padre a partecipare a questa farsa, vince mandando su tutte le furie l’aristocratico signore. In “Teresa”, un uomo sposa una prostituta, per espiare la colpa di non aver accettato l’amore di una donna, suicidatasi per lui. In “Il professore”, un maestro di saggezza dà a tutta la gente del quartiere il consiglio giusto. Ad alcuni uomini, esasperati dal rumore prodotto da una chiassosa automobile, consiglia il “pernacchio”, sberleffo tra i più caustici della tradizione napoletana.

Analisi

Conosciuto soprattutto per i film neorealisti, il binomio De SicaZavattini riscopre la vita di una città, nei suoi odori e suoni, nelle sue tradizioni e consuetudini, dandole una dimensione diversa da quella sperimentata nelle precedenti pellicole. L’oro di Napoli, infatti, non affronta i veri problemi del centro partenopeo, scendendo tra i vicoli dei quartieri senza filtri così come avveniva per la Roma di Ladri di Biciclette e Sciuscià, né si presenta come una favola morale, una metafora della condizione umana come avveniva per il capoluogo lombardo di Miracolo a Milano. Il film arriva dopo una lunga revisione dell’opera desichiana e soprattutto compare in un periodo storico dimentico dall’emergenza del dopoguerra e disincantato rispetto ai sogni e agli ideali dei primi anni della ricostruzione. L’oro di Napoli è un trattatello sulla cultura partenopea, calzato addosso alle star che la produzione aveva a disposizione come Silvana Mangano, Sofia Loren, Totò ed Eduardo De Filippo. Tuttavia De Sica, nonostante una collocazione ormai stabile all’interno dei meccanismi dell’industria cinematografica, riesce a mantenere la propria impronta formale grazie ad un modo di raccontare lieve e ironico, indenne da cadute di stile e capace di non affondare nei luoghi comuni della tradizione napoletana. La mano del regista si vede soprattutto nei due episodi centrali del film, “Il funeralino” e “I giocatori”, gli unici a digiuno di vedette del cinema e i soli interamente incentrati su un tema paradigmatico dell’autore, ovverosia l’infanzia. Assenza, presenza e sostituzione del sé: attorno a questi temi procede la narrazione. Quando i topoi desichiani, centrali negli altri episodi del film (Don Saverio è sostituito all’interno del focolare domestico da un guappo; una moglie rischia, perdendo un anello, di rivelare al marito la presenza di un amante; Don Nicola sposa una prostituta al posto di una donna suicida per amore; il paese ricorre ai consigli di Don Esilio per risolvere tutti i problemi che non riescono a risolvere), si incrociano ai destini dei bambini, ecco che la capacità allegorica e il forte cinismo del regista vengono pienamente alla luce. Nel primo dei due episodi citati, la totale assenza di parole e di spiegazioni circa la morte del piccolo innocente ci indica più di qualsiasi immagine e commento lo scacco della ragione di fronte a una tragedia ingiusta quale è la scomparsa di un bambino, accentuata da un corteo pieno di bambini e quindi paradossalmente pieno di vita e di spensieratezza. Morte e vita, con le quali la tradizione napoletana più di qualsiasi altra realtà del nostro territorio convive, si intrecciano come facce della stessa medaglia. In questa fitta maglia ritroviamo il miglior De Sica, quello per intenderci di Sciuscià e di I bambini ci guardano, altri film conclusi con la perdita di uno dei protagonisti. La Napoli vista da una piangente Teresa De Vita è più vera di quella di Totò o di de Filippo. Non può quindi sorprendere l’ottusa soppressione, avvenuta in cabina di montaggio da parte della produzione e senza il consenso del regista, dell’episodio. Ritenuto troppo “stonato” rispetto agli altri, apriva vortici problematici che il film non poteva affrontare. Nel secondo episodio in questione, il regista mette in gioco la propria persona interpretando il conte patito e tradito da vizio del gioco (egli, nella vita, era un appassionato giocatore d’azzardo). Anche in questo caso, assistiamo all’ennesima sostituzione di un adulto da parte di un bambino. Come già il piccolo Bruno nei confronti di suo padre in Ladri di Biciclette, nella partita con il nobile signore, Gennarino avvicenda un adulto che non c’è, e lo fa in maniera così “professionale” da vincere e mandare su tutte le furie un credibilissimo De Sica. Assistiamo così ad un ribaltamento dei ruoli paradossale e uno scarto di posizioni inquietante. Il gioco diventa elemento di puerilità per l’adulto e elemento di maturità per il ragazzo. Entrambi si trovano in universi che non appartengono loro, ma è la società che vuole così. De Sica ci ride sopra, ma è una risata dal gusto amaro.

Marco Dalla Gassa

 

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