Le avventure di Oliver Twist

17/07/2009 Tipo di risorsa Schede film Tema Povertà Disagio minorile Titoli Rassegne filmografiche

di David Lean

(Gran Bretagna, 1947)

Sinossi

Durante una notte di tempesta, una donna incinta approda nella casa di una vecchia signora. É molto malata, ma poco prima di morire riesce a dare alla luce il figlio. Il bebè viene portato nell’orfanotrofio di una parrocchia. Qui, al nome di Oliver Twist, vive per otto anni, finché non viene affidato ad un mercante di bare a cui serve un aiutante. Malgrado il carattere remissivo, Oliver non riesce a sopportare le ingiurie che continuano a piovergli addosso. Dopo l’ennesimo insulto alla madre, il ragazzo picchia l’artefice delle offese e scappa, nottetempo, verso Londra. Arrivato nella capitale, il bambino è facile bersaglio di una banda di ladri-ragazzini capeggiati dall’ebreo Fagin, che lo assolda per compiere furti e piccoli reati. Durante un borseggio cui Oliver assiste da spettatore, egli viene per sbaglio arrestato e picchiato. Liberato in seguito ad una testimonianza favorevole, il ragazzo viene accolto in casa del signore rapinato, il ricco Mr. Bronlow. Ripresosi dalle percosse e finalmente felice, Oliver durante una commissione in città viene rapito dai ragazzini di Fagin per paura che egli spifferi alla polizia i traffici illegali dell’ebreo. Mr. Bronlow riesce però a mettersi in contatto con Nancy, la ragazza di Sikes, il principale complice di Fagin. Quest’ultima, per amore del piccolo, racconta quello che sa al ricco signore, ma il compagno sentitosi tradito, per vendicarsi, la uccide. Ormai la fine della banda è vicina: nascosti in una catapecchia, la gang dei ragazzini viene scovata dalle guardie pubbliche e dalla folla del quartiere. In un disperato tentativo di fuga, Sikes viene ucciso dal colpo di un fucile. Fagin è arrestato e Oliver, finalmente, può tornare da Mr. Bronlow, il quale scopre che il ragazzo è suo nipote. La madre del ragazzo, infatti, non era altri che la figlia scomparsa del vecchio signore.

Presentazione Critica

Tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickens, Le avventure di Oliver Twist forma, insieme a Grandi speranze (realizzato l’anno prima), un dittico di film dedicati da David Lean al celebre scrittore dell’Ottocento, di cui il regista ammirava sia l’abile capacità di elaborare complesse e verosimili evoluzioni psicologiche nei suoi personaggi, sia la cura certosina nel restituire le cupe atmosfere dell’Inghilterra, veri e propri chiaroscuri paesaggistici che rappresentavano il motore narrativo del racconto o, in taluni casi, il doppio ambientale degli eroi dickensiani. In queste due direzioni principali (introspezione della psicologia dei personaggi, funzione connotativa del paesaggio) si dirigono le trasposizioni di David Lean. Per facilitare l’opera di indagine caratteriale delle figure del racconto, il regista anglosassone parte da una sensibile semplificazione dell’intreccio narrativo, eliminando alcuni protagonisti del libro come Rose Maylie (nel testo scritto si tratta di una zia di Oliver che cura il ragazzo quando viene ferito), accorpando insieme le funzioni di più personaggi o di più eventi (l’arresto e il ferimento di Oliver sono separati nel libro e uniti nel film), e concentrando in poche sequenze, la parte dedicata alle origini di Oliver, alla lotta per l’eredità voluta da Mr. Monks, alla parentela finale con Mr. Bronkow. In questo modo, David Lean può maggiormente soffermarsi sulla situazione di prigionia (elemento non così accentuato nell’opera letteraria) in cui versano i suoi eroi. Oliver, innanzi tutto, il quale passa da un carcere all’altro, dall’orfanotrofio alla fabbrica di bare dove il ragazzo dorme tra una cassa da morto e l’altra, dalla casa sui tetti di Fagin alla catapecchia dove nel finale viene liberato dalla banda di Fagin. Anche quando Oliver si muove da una prigione all’altra l’ambiente che trova (con l’eccezione della casa di Bronlow) è tutt’altro che fulgido: egli fugge solo di notte, si imbatte in una Londra caotica e affollata, perennemente sotto la pioggia o un cielo grigio, e così via. Non è solo Oliver in uno stato di carcerazione. Lo è Nancy, che pagherà con la morte lo sforzo di liberarsi dal giogo del compagno Sikes, lo è il signor Bronlow, quando attende invano il ritorno di Oliver (quando è già stato rapito), lo è lo stesso Fagin, costretto a scappare alla prima avvisaglia di pericolo, lo è Dawkin, il ragazzo che spiffera a Sikes il tradimento di Nancy e che, dopo la morte della donna, quasi rinsavito dallo stato di segregazione psicologica in cui era oppresso, aiuta la polizia a rintracciare la banda. Lo stato di prigionia influenza anche il comportamento della folla, vero coro greco del film. Lo dimostra il cambiamento di condotta che attua la massa nei confronti di Oliver: all’inizio, nella confusione e nel disordine in cui versa, essa non si accorge della presenza del ragazzo; in seguito si amalgama quando gli si avventa contro sia nel caso del furto ai danni di Mr. Bronlow, sia quando permette a Nancy di rapirlo, dimostrando un’aggregazione sociale basata su una scelta di campo sbagliata; infine cambia totalmente atteggiamento nei suoi confronti, quando partecipa alla cattura di Sikes e contribuisce alla sua uccisione. É evidente così una nemmeno troppo celata critica verso i comportamenti cosiddetti collettivi, contraddistinti da uno stato perdurante di cecità morale e barbarie. Accanto all’idea di prigione, aleggia, inoltre, la presenza costante della morte. Ed è Oliver a subirne le maggiori conseguenze: sua madre muore appena nasce, il ragazzo si trasferisce a otto anni in una fabbrica di bare, Nancy perisce per salvarlo, Sikes è ucciso quando cerca di rapirlo. L’idea di morte, accostata ai ragazzi, rinvia così ad un ‘decesso’ educativo. Reclusione sociale di identifica con la morte di ogni speranza di crescita sana. Tuttavia, ad una visione distanziata nel tempo, la caratteristica più interessante del film risulta essere, senz’altro, la cura del paesaggio e degli slums londinesi, la trasposizione gotica ed espressionista delle scenografie, di cui gran merito va a T. Hopwell Ashe e Claude Momsay. I profondi e marcati chiaro-scuri, gli elementi scenici ricostruiti per vie verticali (palazzi altissimi, tetti), per dare l’idea dell’immensità e dell’angoscia che doveva suscitare la Londra della rivoluzione industriale in un bambino di otto anni, l’atmosfera cupa e soffocante, gli esterni per lo più ripresi di notte con poche e barcollanti luci, il paesaggio esterno brullo e diabolico (si veda la prima sequenza), trasformano gli elementi scenici in veri e propri nodi narrativi. Essi chiariscono il valore di ogni dialogo, il profilo dei personaggi, il senso del loro stato emotivo. In tal senso, si può dire che, meglio di ogni voce narrante o di ogni didascalia, essi riescono a riprodurre la ricchezza del testo dickensiano. Marco Dalla Gassa  

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