La sorgente del Fiume

di Theo Anghelopulous

(Grecia, 2004) 

Sinossi

Grecia 1919: un gruppo di esuli di Odessa, cacciati dall’Armata Rossa, si aggira tra le pianure nei dintorni di Salonicco in cerca di una nuova terra presso la foce di un fiume. Tra loro c’è una famiglia illustre, composta da padre, madre e figlio, che nel corso del viaggio ha accolto una piccola orfana chiamata Eleni. Un salto temporale ci porta avanti di una decina d’anni, in un villaggio di nuova costruzione, con Eleni che ritorna da una prolungata permanenza in città. Eleni, rimasta incinta del fratellastro poco più grande di lei, è stata allontanata per evitare uno scandalo e i due gemelli partoriti sono stati affidati ad una ricca famiglia di Salonicco. I due ragazzi si amano e cercano di portare avanti la loro relazione, ma di lì a qualche anno la morte della madre porta il padre, distrutto dalla solitudine, a voler prendere in moglie Eleni, ormai diventata una donna. Gli innamorati fuggono allora verso Salonicco dove lui cerca di guadagnarsi da vivere grazie al suo straordinario talento di musicista, mentre lei tenta di riavvicinarsi ai due figli che le erano stati portati via. Il periodo tra le due guerre è caratterizzato dalla miseria e dalla fame, mitigate dall’accoglienza data ai due giovani da una curiosa compagnia di musicisti, diretti dal violinista Nikos. Mentre il protagonista riceve l’invito da parte di Markos, un importante direttore d’orchestra, a unirsi in una tournee negli Stati Uniti, il padre torna a cercarli e muore di infarto subito dopo aver ballato per l’ultima volta con Eleni. La coppia, che nel frattempo ha riconquistato la patria potestà sui gemelli, si reca al paese di origine per celebrare il funerale, ma l’odio dei concittadini prima e una violenta inondazione poi, li convincono ad abbandonare definitivamente il villaggio. Nel frattempo a Salonicco insieme alla lotta sindacale e agli scioperi dei lavoratori si fa strada a grandi passi il fascismo. Di lì a poco Eleni si troverà sola con i suoi figli ormai adulti, mentre la guerra invade il paese e suo marito parte per l’agognata America dove cercherà di guadagnare molto denaro. Ben presto la donna viene arrestata per aver nascosto un partigiano e, uscita dal carcere a guerra terminata, scopre che i due figli hanno perso la vita combattendo sui due fronti opposti della guerra di resistenza, e che il marito viene dato per disperso tra i soldati americani. Non le restano altro che i corpi freddi dei figli da abbracciare, e le lettere arrivate troppo tardi da troppo lontano.

Introduzione al Film

La Storia in piano-sequenza

Al di là dei giochi di parole fin troppo ovvi, questo decimo lungometraggio di Theo Angelopoulos è decisamente un film-fiume. Quella che potremmo definire come una ‘poetica del fiume’ governa le scelte narrative e stilistiche del film in maniera rigorosa. Come un fiume in piena scorre questa storia familiare, staccata come una costola dalla Storia del mondo, corsi d’acqua diversi che si fondono e si confondono, si condizionano e si uniscono come un grande corso d’acqua con i suoi affluenti. Poche didascalie e poche date per fornire informazioni sul dove e sul quando, molte ellissi temporali, semplici stacchi che durano un attimo nel quale, come nelle cascate di un fiume, passano anni, lustri e decenni. Del resto il punto di riferimento per questa piccola storia è la grande Storia, quella dell’umanità, e sarebbe stato davvero superfluo indicare la cronologia degli eventi. E mentre la fantasia dei protagonisti, quei due bambini diventati grandi, va a cercare la sorgente del fiume, in un percorso a ritroso che è soprattutto recupero dell’innocenza e dell’incoscienza perdute, il flusso inarrestabile del tempo e degli eventi procede verso la catastrofe. Fluviali, poi, e meravigliosamente ipnotiche, sono le sequenze. Una serie infinita di piani-sequenza (lunghe inquadrature, spesso in movimento, che vanno a costituire ognuna un’autonoma unità drammatica) assolutamente perfetti, virtuosismi mai fini a se stessi che creano una fluidità poetica e quel senso di continuità che era fondamentale non perdere. Nelle inquadrature, che durano fino a cinque o sei minuti, pur nella quasi immobilità della macchina da presa che si limita ad un accenno di panoramica o ad un lieve zoom-in, scorre la vita, nello spazio e nel tempo, in campo e fuori campo, vissuta e ricordata: magistrale, in proposito, il flash-back in cui Eleni assiste, per così dire, all’ultimo incontro dei due figli, identici anche nelle loro divise di colore diverso, metafora dell’assurdità di questa come di tutte le altre guerre. Come la collocazione geografica in cui si svolge la vicenda, a cavallo tra il Mediterraneo e i Balcani, il film si situa esteticamente tra una impressionante ricchezza visiva che a tratti ricorda le cose migliori del cinema di Emir Kusturica (le mucche appese all’albero, il fiume così simile al Danubio, la musica che diventa personaggio), e il continuo riferimento a topoi della cultura mediterranea come il senso di appartenenza famigliare e il sogno continuo dell’America, temi cari a Federico Fellini che viene quasi citato nella presenza del transatlantico e che non si può non percepire nell’apporto di Tonino Guerra in fase di sceneggiatura.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

L’innocenza perduta

La sorgente del fiume segue i due protagonisti in un periodo che va dalla prima infanzia fino all’età adulta. Non è, dunque, un film strettamente legato all’infanzia, ma indubbiamente è in grado di raccontare l’evoluzione personale di due individui attraverso l’infanzia e l’adolescenza, la loro formazione della personalità e la perdita dell’innocenza. Il prologo del film ci informa del rapporto tra i due protagonisti: Eleni è orfana ed è stata raccolta dalla nuova famiglia mentre piangeva sul cadavere della madre. I due bambini si incontrano e si conoscono nel modo più banale e diretto, suggerito dalle loro voci fuori campo: “Come ti chiami?”; “Eleni”. La prima sequenza del film ci mostra già in maniera inequivocabile uno strappo, un avvenimento traumatico di perdita. Eleni torna lentamente a casa trasportata dal fiume, silenziosa e dolorante, per aver dovuto portare avanti la gravidanza in segreto e per aver dovuto abbandonare i suoi due figli a degli sconosciuti. Sul suo viso e nelle sue poche parole sussurrate si legge la rassegnazione di chi, pur così giovane, è gia pronta ad una vita di sofferenza, quasi un presagio del suo futuro e di quello della sua generazione sventurata. Ben diverso è l’atteggiamento del fratello-amante: lui, ingenuo e inconsapevole, prosegue la sua vita senza quasi rendersi conto di quello che sta succedendo ed è goffo e impacciato anche nel tentativo di stare vicino ad Eleni, nel dimostrarle il suo affetto e nel dichiararle il suo amore. I personaggi sono già perfettamente delineati in questo incipit, ed il resto della loro storia non farà altro che confermare i due diversi atteggiamenti nei confronti della vita. È infantile il modo che i due protagonisti hanno di affrontare gli eventi, nella fuga verso la città che li vede sprovveduti ed impauriti, in balia dell’ira del padre e della generosità delle persone che incontrano sul loro cammino, in particolar modo Nikos, che diventa per entrambi un altro, buon, padre. Ma si delinea una netta differenza tra il pragmatismo di Eleni, fragile ma ferma nelle proprie decisioni, in grado di recuperare il rapporto con i due figli, di guadagnare la loro fiducia e il loro affetto, di aggrapparsi all’amore del compagno, e la mancanza di carattere di lui, sognatore distratto e incapace di valorizzare il suo talento musicale. Questa disparità li porta dunque ad essere fragili imbarcazioni in balia delle correnti e delle tempeste della storia, dal ritorno al villaggio che li trova imbarazzati, estranei ed esclusi rispetto a uno status-quo da cui si sono autoesiliati, alle difficoltà politico-economiche del periodo antecedente alla seconda guerra mondiale. La partenza per l’America avviene già in un’atmosfera di incipiente disillusione e rappresenta la versione visibile di un distacco tra i due personaggi avvenuto già molto tempo prima. Lui a cercare una fortuna che non troverà (perché troppo in ritardo o troppo in anticipo) e in seguito a tentare inutilmente di ricongiungersi con la propria famiglia arruolandosi nell’esercito americano; Eleni, a reggere tra le fragili mani i fili della storia. Mani fragili che non possono impedire lo strappo della guerra e la fine di tutte le speranze, con l’annullamento della vita e degli affetti. Il finale riporta metaforicamente all’infanzia i due protagonisti, e crea un ulteriore abisso esistenziale. Mentre la voce off del protagonista legge le lettere di un sognatore che immagina la sorgente del fiume senza accorgersi che la sua vita volge al termine, Eleni si ritrova adulta-bambina a piangere ancora sul corpo di un cadavere, incapace di liberarsi dalla morte.

Riferimento ad altre pellicole

Per il ritmo e lo stile del racconto, oltre che per la durata di quasi tre ore, La sorgente del fiume è di difficile inserimento all’interno di un percorso didattico per le scuole. Per il periodo storico trattato si consiglia eventualmente la visione alle classi quinte degli istituti medi superiori, per consentire un approfondimento sul periodo che vede l’ascesa del fascismo, il crollo delle democrazie e la catastrofe della guerra mondiale. A questo proposito il film può essere messo in riferimento con alcuni capolavori del neorealismo italiano come Roma città aperta e Germania anno zero di Roberto Rossellini. Ludovico Bonora  

E' possibile ricercare i film attraverso il Catalogo del Centro nazionale, digitando il titolo del film nel campo di ricerca. Le schede catalografiche, oltre alla presentazione critica collegata con link multimediale, contengono il cast&credits e una sinossi. Tutti i film in catalogo possono essere richiesti in prestito alla Biblioteca Innocenti Library - Alfredo Carlo Moro (nel rispetto della normativa vigente).