La frattura del miocardio

17/07/2009 Tipo di risorsa Schede film Temi Adolescenza Titoli Rassegne filmografiche

di Jacques Fansten

(Francia, 1990)

Sinossi

Per evitare di finire in un orfanotrofio, Martin decide di tenere nascosta agli adulti del paese in cui vive la morte della madre. Aiutato dai propri compagni di classe il ragazzino organizza in tutta segretezza una sorta di funerale e seppellisce il corpo nella campagna. Ma il comportamento di Martin, abbattuto per la perdita, non passa inosservato e gli insegnanti chiedono al ragazzino di poter incontrare la madre. Ben presto si scopre la verità, la polizia viene informata e il corpo ritrovato: per un po’ Martin può nascondersi sapendo di poter contare sull’aiuto e l’omertà dei suoi compagni e di qualche adulto ma, alla fine, deve arrendersi. I suoi amici non lo abbandoneranno neanche quando sarà mandato nel tanto temuto orfanotrofio.

Analisi

È forte il rischio di scadere in un sentimentalismo di maniera quando si mettono in contatto due realtà opposte come l’adolescenza e la morte: basandosi principalmente sulla convinzione che queste due dimensioni debbano dare vita, oltre che a traumi irreversibili, anche a un melenso patetismo che priva i giovani protagonisti delle storie di qualsiasi capacità reattiva di fronte al dolore, il cinema ha spesso tentato di ricondurre i loro comportamenti a una serie di stereotipi che ricalcano, scimmiottandoli, quelli degli adulti. Il merito principale di La frattura del miocardio è, invece, quello di spiazzare le attese dello spettatore, dando un’immagine dell’adolescenza di fronte alla morte, inedita e probabilmente più veritiera. Se la morte resta certamente un evento doloroso, essa appare, in superficie, meno traumatica di quanto non si possa immaginare: la scomparsa della madre di Martin, innanzitutto, è lasciata fuori campo e ridotta, nel racconto fatto dal protagonista ai suoi compagni, a un episodio che può persino apparire banale nella sua dinamica (“È andata a riposare e, quando le ho portato la cena, non si muoveva più”). Il fatto è subito ricondotto a un ambito razionale, è così sottratto alla dimensione puramente emotiva: uno dei compagni del ragazzino, figlio di un medico, si affretta a ‘certificare’ che la donna è deceduta per La frattura del miocardio. La diagnosi, per quanto fantasiosa e scientificamente inattendibile, costituisce tuttavia un primo, fondamentale passo in quel processo di elaborazione del lutto che consiste nel ricondurre a una dimensione accettabile un evento tragico come la perdita di una persona cara: è impossibile avere un medico legale e, così, i ragazzi si arrangiano, fanno di necessità virtù, aggrappandosi alle poche ingenue certezze di cui possono disporre. Il funerale, poi, è poco più di una serie di gesti necessari, una sorta di rituale laico, magari goffo e approssimativo nella sua ‘messa in scena’, ma profondamente civile, privo di quell’ostentazione dei sentimenti tipica del mondo adulto. C’è piuttosto un’accettazione serena dei fatti che solo a uno sguardo superficiale può essere scambiata per volontà di negazione: la morte è realmente un evento privato, e nascondere il corpo della madre di Martin è l’unico espediente per non lasciare che gli adulti, scandalizzati per l’occultamento del cadavere ma incuranti del destino del ragazzino, si impossessino della situazione. L’intelligenza del film sta nella volontà di non cedere a un facile psicologismo che avrebbe intaccato il fragile ma armonioso equilibrio creato dal regista tra il senso del surreale prodotto dal contatto con la morte – che, tuttavia, non cede mai alla tentazione di trasformare la curiosità in gusto per il macabro – e invece la misura nella descrizione dei sentimenti, delle paure e delle angosce dei giovani protagonisti. Il taglio dato al racconto e alle immagini contribuisce non poco alla riuscita della pellicola: inizialmente concepito come prodotto televisivo, il film è retto da una regia che, non facendo mai sfoggio di particolare originalità, si limita semplicemente a seguire i protagonisti della storia, calandoli in un’atmosfera dimessa, da cronaca scarna, eppure, efficace. Proprio per questo motivo la prima parte del film, che vede protagonisti quasi esclusivi Martin e i suoi compagni di classe, appare più riuscita della seconda, nella quale entrano in scena gli adulti: a parte alcune rare figure di genitori, i rappresentanti delle istituzioni (insegnanti, poliziotti, educatori dell’orfanotrofio) sono raffigurati in maniera poco credibile e, a tratti, addirittura caricaturale. Certo questo è un modo per evidenziare ancora meglio la maturità dei ragazzi di fronte alla situazione ma, alla lunga, va a inficiare il bilancio complessivo di un’opera altrimenti pienamente riuscita. (FC)

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