Il piccolo Nicolas e i suoi genitori

di Laurent Tirard

Per fornire al pubblico italiano delle coordinate minime grazie alle quali orientarsi di fronte a Il piccolo Nicolas e i suoi genitori – film campione di incassi in Francia, tratto da un fumetto di Goscinny e Sampé, celeberrimo oltralpe ma pressoché sconosciuto qui da noi – è stato tirato in ballo Gian Burrasca, il monello letterario per eccellenza, apprezzato da svariate generazioni di giovani lettori. Il parallelo è legittimo solo in minima parte, dato che nel film di Laurent Tirard non resta molto dello spirito del Nicolas ideato verso la fine degli anni Cinquanta da colui che in seguito sarà conosciuto meglio come il papà di Asterix: il giovane protagonista del film conserva ben poco dell’ironia e anche dell’ingenua ribellione dal suo omologo cartaceo, lasciando a bocca asciutta soprattutto i lettori più o meno giovani delle bandes dessinées.

E questo non solo perché le sequenze del film in cui i piccoli protagonisti si scatenano in marachelle e disastri sono ben poca cosa in confronto alle imprese catastrofiche di altri personaggi simili (Gian Burrasca di Vamba, certo, ma anche Emil e Pippi Calzelunghe della Lindgren e, perché no, Pinocchio di Collodi), ma soprattutto a causa di una serie di scelte nella messa in scena che, se da un lato lasciano perplessi, dall’altra costituiscono una tendenza tipica del cinema degli ultimi anni.

La dimensione nella quale si muovono Nicolas e i suoi compagni di classe è quella, già ampiamente sperimentata dal cinema di area francese, quotidiana e favolosa, prosaica e coloratissima, iperrealistica e simbolica allo stesso tempo, tipica dei film di Jean-Pierre Jeunet (Il favoloso mondo di Amélie Poulain) o di quelli del belga Jaco Van Dormael (Toto le héros). Un mondo sostanzialmente privo di veri e propri conflitti (ogni incidente si rivela alla fin fine provvidenziale) e di autentiche ribellioni (è semmai l’universo degli oggetti ad insorgere contro i personaggi), fuori dal tempo ma paradossalmente capace di suscitare un sentimento di nostalgia tanto più forte quanto più indeterminato appare il contesto storico e sociale evocato.

Si è parlato – a sproposito – di una Francia à la Tati, sospesa e paradossale, anche se Il piccolo Nicolas appare quanto mai distante dall’universo ricalcato dal grande regista francese sul profilo di una nazione che, proprio sul finire degli anni Cinquanta, scopriva gli affanni di una modernità e di un successo cercati a tutti i costi.

In questa direzione sembra muoversi il plot secondario, che vede i genitori di Nicolas impegnarsi comicamente nei preparativi di una cena con il capufficio, il tutto in vista di una promozione e di un conseguente aumento dello stipendio del papà. Il riferimento è, ovviamente, a Mio zio, uno dei capolavori di Tati che, tuttavia, aveva i suoi punti di forza nella rarefazione dei dialoghi e in una comicità essenziale fondata sulla mimica lunare del protagonista (lo stesso Tati), capace di trascendere il dato realistico immediato per diventare metafora di una condizione umana in rapidissimo mutamento.

Certo, anche in questo caso il mondo degli adulti filtrato dallo sguardo di Nicolas e dei suoi compagni di scuola appare ridicolo nel suo tentativo di adeguarsi a presunti modelli sociali, ma siamo dalle parti della commedia di costume condita da qualche gag azzeccata soprattutto grazie alla bravura degli interpreti.

Del resto, anche i bambini non sono da meno: il plot principale (Nicolas deve fare i conti con l’arrivo di un fratellino che lo spodesterebbe dal suo primato in famiglia) sembra ricalcato più sulle preoccupazioni di un ragazzino dei giorni nostri un po’ nevrotico ed egocentrico, che sulla spensieratezza e impertinenza di un bambino degli anni Cinquanta, curioso verso un mondo tutto da scoprire ed esplorare in libertà.

Viene da chiedersi che fine abbiano fatto la vivacità e turbolenza, gli slanci altruistici e maldestri forieri di disastri, ma anche la capigliatura ribelle del protagonista del fumetto, qui interpretato da un ometto sempre ben pettinato ed elegante.

Nel film di Tirard, insomma, manca quel linguaggio infantile “inventato” da Goscinny, capace di sovvertire il senso comune delle cose rivelando l’assurdità dei comportamenti adulti, ma soprattutto il dono della sintesi delle tavole di Sampé, più vicine a vignette umoristiche che a veri e propri fumetti, connotate da un bianco e nero essenziale (per avere un’idea dello stile di questo autore è utile visitare il bel sito dedicato a Nicolas: http://www.petitnicolas.net/) ma, soprattutto, dalla capacità di lasciare al lettore adolescente uno spazio indeterminato, sottratto alla definizione e descrittività del disegno, il tutto a vantaggio dell’immaginazione e della fantasia.

Fabrizio Colamartino

 

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