I bambini ci guardano

di Vittorio De Sica

(Italia, 1943)

Sinossi

In una famiglia borghese di Roma, Dina, moglie di Andrea e madre del piccolo Pricò, decide di abbandonare il tetto coniugale per scappare con l’amante.

Andrea, sorpreso per questa fuga inaspettata, chiede aiuto ai parenti per accudire il figlio. Sballottato da un luogo all’altro, Pricò finisce per ammalarsi gravemente. La malattia del bambino induce Dina a tornare indietro e a chiedere di essere riaccolta. Il marito accetta il ritorno della moglie solo grazie alle insistenze del piccolo. Poco per volta in famiglia le cose migliorano: il piccolo guarisce, Dina e Andrea sembrano riscoprire la serenità coniugale.

Tuttavia, durante una vacanza “madre-figlio” al mare, l’amante di Dina si ripresenta. Pricò, scoperto per caso il ritorno di fiamma della coppia, tenta di scappare a Roma dal papà. La paura per la fuga del bambino non ferma la donna dall’intenzione di filare via di nuovo con il compagno. Per Andrea il colpo è tremendo: sistemato Pricò in un istituto, si uccide. A Dina non servirà un mesto ritorno dal figlio per riacquistare la sua fiducia. Sarà lui, questa volta, a rifiutarla e a preferirle la vita in un convitto.

Analisi

I bambini ci guardano è uno di quei film che, a dispetto di una struttura narrativa rigida e prevedibile, riesce a seminare indizi e tematiche ad ogni scena, a rivelare nuove sfumature d’indagine ad ogni visione. Sono, infatti, numerosissimi gli spunti di lettura della pellicola: la sconfitta dell’universo femminile, l’immaturità degli adulti, la loro incapacità educativa, la povertà del tessuto sociale, il sistema di bugie che sorregge i rapporti, la forzata maturità dei bambini.

Tuttavia sarebbe impossibile comprendere l’esatta dimensione del racconto se non si considerasse, come primo elemento d’indagine, il momento storico in cui il film è stato realizzato. Intrapreso il cammino autoriale che lo porterà dalla commedia brillante dei primi anni quaranta al neorealismo, consolidato il rapporto imprescindibile con Zavattini, De Sica sembra inspiegabilmente consegnarci un melò sen-timentale fuori dal tempo, senza una collocazione storica o un legame con la situazione del Paese. Il film non parla di guerra, né della violenza del regime. Eppure siamo nel 1943. La dittatura è ancora al potere, gli scricchiolii che ne anticipano il crollo si fanno sentire, si vive una forte volontà di rinnovamento. Ciò nonostante De Sica, invece d’attaccare frontalmente il fascismo, segue una via di basso profilo sociale. Una via che però porta agli stessi risultati.

Raccontando la storia di una donna che scappa dal marito, il suicidio di quest’ultimo, la succube impotenza del figlio, il regista va a colpire il nucleo della propaganda mussoliniana: la famiglia. Dina, donna incapace di anteporre gli interessi domestici ai propri, è l’antitesi della donna fascista, regina del focolare, responsabile dell’educazione dei figli. Erede dei programmi educativi del ventennio, si rivela una persona totalmente inaffidabile. Ma anche il resto dell’universo femminile si allontana dall’archetipo divulgato: salvo la governante, il resto delle donne, dalle sorelle alla madre, dalle vicine pettegole alle sarte, appaiono tremendamente egoiste. Anche l’uomo è figura opposta ai canoni di quel periodo, sia nei suoi aspetti positivi che negativi. Dolce, premuroso da una parte assolutamente incapace di farsi rispettare dall’altra, egli riuscirà a compiere l’azione che va maggiormente contro il virilismo mussoliniano: il suicidio.

Naturalmente a subire i maggiori danni dal fallimento del modello domestico fascista è Pricò. Egli prova a cambiare le cose, ma le sue iniziative risultano controproducenti: costringe il padre a riammettere la madre in casa, ma ottiene solo una falsa pacificazione; tenta una fuga disperata sul lungomare di Alassio, ma viene immediatamente catturato. D’altronde egli è disorientato da un fitto sistema di menzogne che gli si costruisce intorno. Gli adulti di fronte a lui spezzano le parole per nascondere amare verità, gli raccontano bugie dall’inizio alla fine (perché tanto non potrebbe capire!), non rispondono agli interrogativi che nascono da ciò che vede.

Lo sguardo del bambino sugli adulti diventa così il tema centrale del film. Una scena lo svela: un prestigiatore sta eseguendo un difficile numero di magia. Estasiato Pricò gli si mette davanti, coprendo parte del pubblico in sala. L’illusionista gli dice di andare via, ma lui non si muove fino ad esercizio finito. Il messaggio è fin troppo chiaro: i bambini sono affascinati dai grandi e li osservano con tutta l’attenzione possibile. Ma la responsabilità gettata sugli adulti da questo sguardo è enorme: se, una volta perso il fascino della scoperta, lo “spettacolo” che si offrirà loro sarà avvilente, i bambini non esiteranno a sposta-re irrimediabilmente il loro sguardo in un’altra direzione. E a quel punto ottenere il perdono è praticamente impossibile come insegna il rifiuto materno di Pricò.

Marco Dalla Gassa

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