Harry Potter e la pietra filosofale

di Chris Columbus

(USA, 2001)

Sinossi

Harry Potter, ragazzo orfano che vive con gli zii, scopre all’età di undici anni di essere figlio di due famosi maghi. Per ripercorrere le orme dei genitori, egli decide di iscriversi alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, nonostante il divieto dei parenti. Qui egli risulta, fin da subito, uno dei migliori. D’altronde il ragazzo è un predestinato: quando era poco più che un bebè riuscì a respingere gli attacchi del malvagio Voldemort, già colpevole della morte dei suoi genitori. Tra tutti i compagni di corso, Harry fa presto amicizia con il lentigginoso Ron e la saputella Hermione, due componenti della sua casata, i “Grifondoro”. Il liceo è, infatti, suddiviso in quattro squadre che, nel corso dell’anno scolastico, devono competere tra loro per vincere la coppa dell’istituto. Nel frattempo, però, tra una lezione di magia e una partita di Quidditch, sport molto spettacolare giocato in volo su manici di scopa, Harry scopre che si cela un segreto tra quelle mura: nascosta tra le fondamenta della scuola, è conservata la pietra filosofale, minerale capace di dare l’immortalità. Ma non è tutto: Voldemort ha deciso di rubarla e sta usando l’insospettabile professor Raptor per arrivare alla pietra. Per fortuna che Harry si è accorto del piano del maligno mago e, affidandosi anche alla bravura di Ron ed Hermione, ha deciso di sfidarlo sul suo campo (la magia). Egli dopo aver superato alcune prove, riesce a sconfiggere nuovamente lo stregone e a vincere, grazie all’impresa, la tanto agognata Coppa delle Case.

Presentazione critica

La storia di Harry Potter pare, ad una prima analisi, un semplice cocktail, riaggiornato e corretto, di moltissimi romanzi classici di formazione, soprattutto quelli di origine anglosassone. La figura di Harry ha molte assonanze ad esempio con l’Oliver Twist di Charles Dickens (con cui spartisce lo status di orfano), con la Cenerentola di Charles Perrault (anch’ella vessata, come il “maghetto”, dalla sua famiglia adottiva), con l’Alice di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll o la Dorothy de Il mago di Oz di Lyman Frank Baum (in tutti i casi la protagonista giostra tra un mondo magico e fantastico ed uno reale ben più triste). Anche le atmosfere di ispirazione gotica della scuola di Hogwarts trovano degni precedenti nei romanzi dickensiani come il già citato Oliver Twist o come Grandi speranze. Tuttavia non bastano questi dati a spiegare l’enorme successo di lettori e spettatori che la storia di Harry ha ottenuto alla sua uscita sia nelle librerie che al cinema (basti una prova provata: più cento milioni di lettori nel mondo in pochissimi anni): sono troppi, infatti, i presunti modelli di ispirazione e troppi gli elementi mescolati tra loro, per credere che siano un motivo sufficiente a definire un tale fenomeno editoriale e cinematografico. Più probabile che tale ragione si possa rinvenire nella “predestinazione” al successo del piccolo ragazzo con gli occhiali tondi. Harry è un eletto, un po’ come Gesù, ed è destinato prima o poi a sconfiggere Voldemort. Quest’elemento non può che far piacere a chi si immedesima in un personaggio che sembra piccolo e indifeso. Harry, in realtà, sotto la maschera di esile fanciullo, è dotato di superpoteri che lo favoriscono rispetto ai suoi coetanei, e che sembrano essere quasi innati in lui (si pensi a come vola sulla scopa e al suo ruolo decisivo nella prima partita di Quidditch). Poco importa se queste caratteristiche, a ben pensarci, annacquano il valore formativo dell’esperienza dell’adolescente. Egli è un eroe e questo solo importa. Nondimeno il viaggio di maturazione di Harry, dal chiaro riflesso metaforico e morale, risulta stemperato dall’esito sicuramente positivo, dalla facilità con cui supera le prove, dalla scorciatoia della magia che permette al protagonista di venir fuori anche dalle situazioni più pericolose (si pensi al mantello che rende invisibile usato da Harry nei momenti di pericolo e che gli permette di scoprire gli intrighi di Voldemort e del prof. Raptor, senza una sua particolare abilità). Che sia questa relativa facilità nello sconfiggere il mondo degli adulti a piacere a milioni e milioni di bambini non è dato sapere con certezza, ma è sicuro che la dimensione ‘cenerentolesca’ del racconto non può non piacere a chi spesso si sente vessato o incompreso (sia esso un minorenne o un maggiorenne). Se nel mondo dei babbani (alias delle persone normali) si è gli ultimi e i più sfortunati come Harry, esiste un mondo dove tutto si capovolge e dove si è praticamente imbattibili. D’altro canto la storia non si esaurisce certo in quest’invito (occorre dirlo, deresponsabilizzante) a fuggire in una realtà fantastica. Il film di Columbus – che in tal senso rispecchia fedelmente il romanzo della scrittrice J. K. Rowling – propone, tra le righe, una morale rigida e “tradizionalista”. Ecco i punti salienti del decalogo potteriano: la necessità di una formazione scolastica; l’accettazione del diverso (il grande e grosso Hagrid sarebbe nell’altro mondo un escluso); l’amicizia come valore fondante per ogni ragazzo (senza Ron ed Hermione Harry non sarebbe riuscito a sconfiggere Voldemort); il valore della famiglia naturale e l’importanza dei sacrifici che fanno i genitori per i figli; la presenza del male sotto mentite spoglie e l’esigenza di non fermarsi all’apparenza (il professor Raptor è l’ultimo dei sospettabili); la necessità di non guardarsi troppo allo specchio perché si rischia l’immobilizzazione (si veda la scena, appunto, dello specchio, una delle più belle del film). Peccato che, contemporaneamente, passi anche il valore della competitività come fine ultimo dell’agire umano (il film finisce con la premiazione dei Grifondoro), la possibilità di trasgredire le regole senza essere sanzionati, ma al contrario premiati (i Grifondoro vincono perché Harry, Ron e Hermione hanno disubbidito ai loro professori), l’assenza di contraddittorietà e di un lato oscuro (o quanto meno grigio) dei personaggi, siano essi positivi o negativi. Aspetto, quest’ultimo, che la scenografia d’impianto gotico lasciava presupporre e che il film invece alla fine ha preferito non perseguire.

Marco Dalla Gassa  

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