Da quando Otar è partito

di Julie Bertuccelli

(Belgio/Francia, 2003)

Sinossi

Eka, la nonna. Marina, sua figlia. Ada, nipote di Eka e figlia di Marina. Le tre donne conducono una vita non particolarmente agiata nella Georgia postcomunista. Otar, fratello di Marina, è andato a Parigi in cerca di lavoro. Ogni tanto telefona, scrive e manda anche qualche soldo. Per Eka è il figlio adorato. Finché un giorno arriva a Marina la notizia della morte del fratello in seguito ad un incidente sul lavoro. La donna decide, imponendo la complicità alla figlia, di non dire nulla alla madre. Inizia così una serie di finzioni per illudere Eka dell’esistenza in vita di Otar. Finché un giorno l’anziana donna acquista tre biglietti per Parigi.

Introduzione al Film

L’attenzione ai dettagli e alle emozioni del quotidiano

Da quando Otar è partito è l’opera prima di una regista trentacinquenne, Julie Bertuccelli, con una consolidata esperienza alle spalle come aiuto regista di autori quali Otar Iosseliani, Krystof Kieslowski, Bertrand Tavernier, Emmanuel Finkiel and Rithy Panh. E’ stata inoltre regista di documentari che hanno ottenuto un ottimo riscontro di critica. Dai Maestri con cui ha avuto la fortuna di lavorare ha assorbito in modo evidente l’attenzione per i gesti e le espressioni del quotidiano che possono trovarsi ad acquisire una dimensione simbolica priva però di forzature didascaliche. Si osservi con quale attenzione ai dettagli vengono realizzate molte sequenze del film come ad esempio quella in cui le tre donne devono il te, durante la quale la rabbia che Marina cova dentro di sé emerge a dispetto della calma apparente. Oppure si osservi la postura di Eka nel corso della prima telefonata del figlio attraverso la quale Eka – o meglio l’attrice che la interpreta (Esther Gorintin, esordio nel cinema a 85 anni) – mostra tutto l’amore che prova per l’unico personaggio che non si vedrà mai nel film.

Il ruolo del minore e la sua rappresentazione

Un castello di menzogne

In questo film, ambientato nella Georgia post comunista, le protagoniste sono tre donne che coprono tre archi generazionali: l’anziana Eka, la figlia Marina e la nipote Adina. Tuttavia, esiste un quarto personaggio, forse il vero protagonista del racconto, sebbene fisicamente non compaia mai: è ovviamente Otar, il figlio emigrato a Parigi per trovare lavoro e fortuna, dalla cui partenza l’equilibrio famigliare non ha più trovato il suo sicuro baricentro e della cui invisibile presenza è impregnato ogni attimo della vita delle tre donne. Si può percepirne l’esistenza nell’amore spropositato della vecchia madre, nella gelosia che erode l’animo della sorella Marina e nella partecipazione premurosa con cui Adina legge le sue lettere alla nonna. Delle tre è Marina la più risentita nei confronti di Otar: manifesta, anzi, verso di lui un odio vero e proprio nutrendo, parallelamente, un sentimento di ambivalenza e di rivendicazione nei confronti della madre alla quale imputa di aver preferito il fratello a lei e di aver così determinato la sua infelicità. Marina si presenta come un personaggio il cui infantilismo affettivo pervade e forma i pensieri così come gli atti, sempre rivendicativi e sarcastici. Nella collera della donna c’è un livore, un’ostilità per un torto subito e imperdonabile. Il ricordo di un affetto agognato e mai avuto chiede continuamente il suo riscatto, sottolinea, nel presente, ogni piccola ingiustizia e la trasforma in tragedia. Ogni occasione è buona perché tra le due donne si instauri un battibecco, un rinfacciare continuo, un rimbalzo di accuse da una all’altra: “Non sai voler bene a tua figlia” rimprovera la vecchia alla figlia. “Neanche tu se è per questo” le rinfaccia Marina. Quest’ultima continua a chiedere all’anziana madre ciò che l’anziana madre non può darle, un rapporto privilegiato senza alcuna esclusione. Eka invece ha confuso l’amore per il figlio Otar in una sorta di esclusivo rapporto con lui, il protrarsi di una simbiosi molto poco credibile e portatrice di sofferenze e illusione. In questo quadro chiaroscuro, Adina, la figlia che Marina ha avuto da una relazione ormai conclusa, si presenta come un’adolescente riservata ma risoluta, molto amata dalla nonna, con la quale instaura una certa complicità. Il ruolo che la ragazza si trova a ricoprire in questa storia è tristemente noto a molti minori: quello di essere il cuscinetto tra due adulti in perenne conflitto tra loro. La notizia della morte di Otar in seguito ad un incidente nel cantiere dove lavorava, si abbatte come un fulmine a ciel sereno nella vita di Marina. Tolto di mezzo il fratello, la donna inaspettatamente ha la strada spianata per intessere un rapporto profondo con la madre, ora è tutta per lei. Eppure Marina decide di tacere la verità alla vecchia madre adducendo come scusa il fatto che l’anziana signora ne morirebbe di dolore. Adina si dichiara contraria a questa decisione, tuttavia non riesce a prendere posizione e finisce per allearsi con la menzogna della madre. Scrive lei le false lettere provenienti da Parigi, le legge alla nonna e tenta di barcamenarsi con la serie di bugie che seguono sempre la prima. Adina si trova a disagio in questa situazione che da una parte la costringe a mentire e dall’altra a sapere la verità. Quando le bugie diventano sempre più improbabili come castelli di carte traballanti, Adina accusa la madre. La ragazza ha colto nella menzogna della madre un inganno ben più grave e cioè quello di voler fare qualsiasi cosa pur di piacere alla genitrice. Una forma di sudditanza autoritaria: in questo modo, infatti, Marina diventa la regista indiscussa della vita di Eka, decide delle sue attese così come delle sue delusioni e delle sue gioie. Tiene in pugno allo stesso modo anche la figlia, vincolandola ad un segreto che non può rivelare senza tradire la madre. Adina ha capito che se la nonna venisse a sapere della morte del figlio ne farebbe un santo e la madre verrebbe definitivamente messa da parte.. La storia prende una svolta inaspettata quando l’anziana signora comunica di aver acquistato tre biglietti per recarsi a Parigi dal figlio. Lo sgomento malcelato della figlia e della nipote accompagna come un filo rosso tutti i preparativi e il soggiorno a Parigi. Eka, ad un certo punto, si sottrae alla sorveglianza delle due donne e inizia la sua ricerca del figlio che la condurrà alla triste scoperta della sua morte. Il dolore non le impedisce di architettare a sua volta un piano che metterà in scacco i progetti della figlia. Decide di ripagarla, infatti, con la sua stessa moneta: la bugia. Tornata in albergo racconta a figlia e nipote di questo figlio meraviglioso che è partito per l’America dove certamente se la caverà benissimo e farà fortuna. Con una sola frase ha rimesso tutto al suo posto: il figlio Otar è di nuovo sull’altare e la figlia a margine. La nonna, però, non è l’unica a restituire la menzogna al mittente: anche Adina approfitta della situazione per dare una svolta alla sua vita. Intravede nel restare a Parigi il riscatto di una vita scialba e priva di prospettive, un’uscita per sempre da un mondo di falsità, inazione e sospetto. E resta nella capitale francese. Così, alla fine, la situazione di partenza si è ripristinata con un piccolo cambiamento: Eka ora ha la nipote che vive a Parigi e che ha preso il posto del figlio Otar nel suo cuore e nella sua vita, mentre Marina, forse, ha un sentimento d’amore da condividere con lei.

Riferimento ad altre pellicole e spunti didattici

I due film a cui è possibile fare riferimento sono estremamente diversi come struttura narrativa e come modalità di produzione ma possono costituire un’ottima occasione di riflessione su una struttura narrativa che riprende l’elemento di base collocandolo sotto prospettive diverse. Si tratta di Goodbye Lenin di Wolfgang Becker e di The Truman Show di Peter Weir. Nel primo film la menzogna viene costruita ad arte per evitare a una madre in coma (comunista generosa e convinta) il risveglio nella Berlino est dopo la caduta del Muro. Familiari ed amici si impegnano nel ricostruire a suo uso e consumo una realtà che non c’è più. A parte l’esplicito rimando tra i due film (Eka che rimpiange Stalin e la figlia Marina che lo disprezza) è loro comune il tentativo di trattare l’adulto come un minore a cui è necessario narrare una favola. Truman invece si trova in quella condizione da sempre nel capolavoro del regista australiano. Lo si vuole eterno adolescente in attesa del ritorno del padre rapito dal mare affinché resti l’attrazione del programma televisivo che lo ha come inconsapevole protagonista. La menzogna mediatica pervade tutta la sua vita ma lui, come Eka, riuscirà ad uscirne a testa alta. Elena Galeotto, Giancarlo Zappoli  

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