Comandare. Una storia Zen.

di Costanza Quatriglio

(Italia, 2005 )

Sinossi

Anthony ha circa sedici anni e vive allo Zen, un quartiere periferico di Palermo divenuto uno dei simboli del degrado urbano del nostro Paese. Il ragazzo racconta davanti alla telecamera il suo personale percorso di affrancamento dalla violenza e dalla sopraffazione nei confronti dei propri coetanei: ha rinunciato a comandare lasciando questo ruolo agli altri. Un percorso che si sviluppa anche grazie alla presenza della macchina da presa: stimolato dalla regista Anthony, che afferma di amare i cavalli, si offre per lavorare come stalliere in un piccolo maneggio nei pressi dello Zen. I suoi amici, che adesso spadroneggiano nel quartiere, assistono ammirati alla prima cavalcata di Anthony: in groppa all’animale di cui si prende cura quotidianamente il ragazzo gira per le strade del quartiere incurante degli scooter che gli sfrecciano accanto.

Analisi

È proprio una “storia zen”, quella di Anthony, capace di scegliere la via della nonviolenza pur vivendo in un contesto che sembrerebbe pretendere il contrario, specie da parte dei suoi membri più giovani, impegnati in una quotidiana lotta per la sopravvivenza che comporta la prevaricazione e la pretesa del “rispetto” da parte dell’altro. Cosa può spingere, infatti, un ragazzo immerso in una realtà degradata come quella dello Zen ad allontanarsi dalla norma aberrante basata sul diritto del più forte, del più prepotente? Il protagonista ci illumina in proposito verso la fine del film, quando afferma di aver capito “alcune cose della vita” e che queste cose uno le capisce “quando fa molti sbagli”. Seguendo il filo di questo ragionamento sarebbe normale ipotizzare che i ragazzi dello Zen (così come tutti i loro coetanei che vivono in contesti degradati) essendo esposti più di chiunque altro alla possibilità di sbagliare possano riuscire a capire la vita prima e meglio degli altri. È probabile che ciò sia in parte vero, nel senso che in condizioni difficili si matura più in fretta: non c’è praticamente né il tempo né il modo per attardarsi in quel limbo semiadolescenziale nel quale stazionano giovani e non appartenenti alle società industrializzate; chi sbaglia e non impara dai propri errori probabilmente non sopravvive molto a lungo. Il problema, semmai, è quello delle possibilità offerte ai coetanei di Anthony per uscire dalla loro condizione di marginalità, una volta che gli sbagli hanno prodotto il loro effetto e reso più chiare le cose. Il giovane protagonista del documentario questa possibilità riesce a trovarla compiendo un percorso di allontanamento dalla strada e dalle dinamiche tipiche della vita del quartiere, ovvero in un lavoro che costituisce, allo stesso tempo, un’occupazione e una terapia. L’impegno richiesto dalla cura di un cavallo non è soltanto di natura fisica ma anche emotiva, comporta un investimento che non è finalizzato all’esclusivo raggiungimento di un fine pratico (guadagnare del denaro che, successivamente, verrà reinvestito in beni di consumo) ma piuttosto a un riconoscimento delle proprie qualità umane. Il cavallo, al pari della rinuncia a comandare, comporta una scelta unilaterale a cui il protagonista decide di aderire in vista di un progetto di vita dal respiro più ampio. Vero e proprio corpo estraneo all’interno delle dinamiche che animano lo Zen, Anthony e il suo cavallo girano per il quartiere, quasi a voler dimostrare che, al di là delle dinamiche della sopraffazione e del possesso, esiste una possibilità di convivenza basata sulla reciproca fiducia e sul rispetto. Grazie alla sua sensibilità e alla profonda conoscenza del contesto ambientale, Costanza Quatriglio riesce a seguire (e forse anche a “guidare”) Anthony all’interno di questo difficile percorso evolutivo: ci mostra il ragazzo in un filmato di alcuni anni prima, quando il desiderio di “comandare” era emerso nel corso di un provino al quale aveva partecipato e, dal raffronto con il presente, ci permette di apprezzare lo scarto tra l’ingenua voglia di potere di quel ragazzino non ancora adolescente e la matura consapevolezza dell’individuo quasi adulto verso l’inutilità di una lotta che lo vedrebbe comunque perdente. Fabrizio Colamartino  

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