Tra realtà e illusione

L'integrazione scolastica degli alunni stranieri attraverso la produzione documentaristica italiana

  di Fabrizio Colamartino*

Introduzione

Da sempre la scuola è uno dei luoghi privilegiati dal cinema per rappresentare in piccolo, all'interno di una dimensione più accettabile, i problemi e le tensioni dell'intera società. La classe è il terreno di incontro per eccellenza tra individui diversi per provenienza sociale, etnica, culturale o politica: in nessun altro luogo di convivenza (uffici e fabbriche compresi) persone di origini tanto differenti si ritrovano quotidianamente fianco a fianco senza, tra l'altro, avere la possibilità di scegliere i propri "compagni di viaggio". Oggi più che in passato è spesso tra le quattro mura di una classe che i bambini, gli adolescenti, i giovani conoscono per la prima volta la socializzazione, all'interno di una dimensione democratica ed egualitaria dove, tuttavia, le differenze contano molto, determinando meccanismi di inclusione o esclusione dal gruppo dei pari. All'interno della scuola, inoltre, le occasioni di confronto (e a volte di conflitto) sono all'ordine del giorno, dal momento che è proprio in questa sede che si formano, oltre al bagaglio culturale in senso stretto di ciascuno studente, composto da informazioni, nozioni, schemi mentali, anche le idee, le opinioni, la mentalità, l'identità dei cittadini di domani. Tuttavia, se questioni quali la differenza di censo o la diversità di orientamento politico hanno trovato nella scuola un set ideale per l'immaginario cinematografico italiano che ha riflettuto e costruito una serie di racconti su questi temi (si pensi, ad esempio, a due commedie di Paolo Virzì come Ovosodo e Caterina va in città), la muticulturalità, l'integrazione e l'intercultura fanno ancora fatica ad entrare nel novero delle opzioni cinematografiche attraverso cui dare corpo a valide metafore sull'immigrazione, ad oggi uno dei principali motivi di tensione (a dire il vero più politica che sociale) nel nostro Paese. La spiegazione di questo fenomeno risiede certamente nel fatto che in Italia la realtà dell'immigrazione è un'acquisizione relativamente recente (solo fino a qualche decennio fa eravamo terra di emigranti, non di immigrati), a differenza di altri Paesi dal passato coloniale ben più solido del nostro, dove l'arrivo di masse di stranieri in cerca di lavoro è un dato acquisito da molto tempo. Non meraviglia, perciò, che l'opera seconda di uno dei registi francesi più interessanti degli ultimi anni come Abdel Kechiche, La schivata (2003), abbia come ambientazione privilegiata il liceo di un quartiere dell'estrema periferia di Parigi e per protagonisti ragazze e ragazzi di etnie diversissime che si confrontano non su questioni sociali o razziali ma su temi più normali per la loro età quali l'amore e l'amicizia. È il segno che, persino nell'universo metaforico creato dal cinema (sia pur all'interno di una dimensione autoriale legata profondamente alla realtà dell'ambientazione scelta), quello dell'immigrazione può essere uno degli sfondi possibili dai quali partire per parlare d'altro anziché una delle linee guida sulle quali impostare un intero film. Ancor più significativo e interessante è che un altro dei film francesi più intensi degli ultimi anni, La classe di Laurent Cantet (vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes del 2008), sia proprio ambientato tra le quattro mura (il titolo originale è, per l'appunto, Entre les murs) di una classe multietnica della banlieue parigina. In questo caso il conflitto è sociale e intergenerazionale prima ancora che multiculturale: la linea di confine al di là e al di qua della quale si combatte è quella invisibile, eppure percettibilissima, che passa tra la cattedra e i banchi, tra un docente che tenta con caparbietà di far progredire culturalmente e intellettivamente i suoi studenti e questi ultimi, la maggior parte dei quali figlia di immigrati, prigionieri di un ribellismo manierato, in parte frutto di un'adesione acritica alla schematica e datata contrapposizione tra colonialismo e terzomondismo, in parte frutto di un desiderio inconscio di autoisolamento in un "ghetto" nel quale, in fondo, non è poi così male vivere. Ma il film di Cantet costituisce una sorta di unicum in un'eventuale panoramica dei film sull'integrazione scolastica non solo per lo splendido risultato finale ma anche perché queste scene di "lotta di classe" (in senso proprio e metaforico) sono il risultato di un laboratorio di cinema che lo stesso Cantet ha condotto nel corso di un anno scolastico in un liceo di Parigi del ventesimo arrondissement frequentato, per l'appunto, da una maggioranza schiacciante di immigrati di seconda generazione. Quelli che vediamo recitare a fianco di François Bégaudeau (un vero professore nonché autore del romanzo Entre les murs dal quale trae isprazione lo script del film), sono gli studenti del liceo dove si è svolto il laboratorio che, volontariamente, hanno seguito il regista per un anno intero discutendo con lui i vari passaggi della sceneggiatura. Ognuno dei ragazzi, cioé, è restato in parte se stesso, mettendo a disposizione della macchina da presa oltre che il proprio volto anche le proprie idee, i propri vissuti, soprattutto il proprio modo di esprimersi sia con il corpo che con le parole: un bell'esempio di integrazione grazie al quale i protagonisti, pur senza smentire le proprie idee, la propria visione del mondo, hanno messo se stessi al servizio di un progetto davvero interculturale. E in Italia?

Come detto poc'anzi il tema ha interessato poco il cinema di finzione: un esempio recente e convincente potrebbe essere Good morning Aman (2009) di Claudio Noce che, tuttavia, narra le vicende di un giovane immigrato somalo di seconda generazione alle prese con l'entrata nel mondo del lavoro. Un film su ciò che accade agli adolescenti immigrati al termine del loro percorso di studi (spesso accidentato e a volte precocemente interrotto) e che testimonia le difficoltà per i giovani extracomunitari ad integrarsi nonché a definire un'identità contraddittoria. Decisamente più nutrita la schiera di registi che hanno affrontato il tema decidendo di documentare il reale, avvicinandosi alle realtà maggiormente all'avanguardia nel nostro Paese o, al contrario, mettendo l'obiettivo al servizio della denuncia di quelle sacche di degrado che ancora affliggono il nostro sistema scolastico. Anche se la lista dei titoli che prenderemo in esame non ha la pretesa di essere esaustiva (vista la scarsa diffusione in Italia di questo genere di opere è assai probabile qualche omissione) è comunque interessante, prima di passare ad esaminare ciascun documentario dal punto di vista dei temi affrontati e del tipo di approccio utilizzato, tentare un'analisi trasversale delle loro caratteristiche principali. Un primo dato che salta all'occhio è quello della distribuzione nel corso degli anni: la maggior parte dei titoli (Il mondo addosso, Sei del mondo, Sotto il celio azzurro, Fratelli d'Italia, La classe dei gialli) si concentra nella seconda parte di questo decennio, mentre soltanto Nati sotto il segno del leone risale alla fine degli anni Novanta, a testimonianza di come solo recentemente si sia acquisita la consapevolezza necessaria riguardo al fenomeno dell'integrazione scolastica degli immigrati di seconda generazione.

Altro dato interessante è l'età dei protagonisti: due documentari (Sotto il Celio Azzurro e La classe dei gialli) sono stati girati al'interno di scuole per l'infanzia, in quattro casi (Nati sotto il segno del Leone, Il mondo addosso, Sei del mondo, Fratelli d'Italia) l'ambientazione è quella delle scuole secondarie di secondo grado, mentre del tutto assenti risultano le scuole primarie e quelle secondarie di primo grado. Tale scelta è probabile sia dovuta principalmente alla possibilità di interagire con maggiore facilità con i protagonisti: se da un lato un contesto come quello della scuola dell'infanzia, articolato attraverso attività, tempi e spazi decisamente flessibili, può dare agli autori molte più chance di osservazione delle dinamiche che lo animano, dall'altro il contatto con gli studenti delle scuole superiori offre la possibilità di porre domande e di registrare le relative risposte dalla viva voce dei protagonisti, facendone emergere i vissuti e le esperienze in maniera diretta. Questo dato, a prima vista ovvio e legato a ragioni contingenti, ha in realtà una sua intrinseca specificità: concentrarsi sulle scuole dell'infanzia consente in qualche modo di osservare un "territorio vergine", una dimensione in cui, per la prima volta, si può registrare l'interazione tra figli di cittadini italiani e figli di immigrati nati in Italia (o, per lo meno, giunti nel nostro Paese piccolissimi), bambini che hanno, allo stesso tempo, moltissimi elementi in comune e molti altri decisamente diversi. D'altro canto, lavorare con adolescenti al penultimo o ultimo anno del ciclo secondario di istruzione permette di confrontarsi con soggetti che hanno compiuto tutti (o quasi tutti) i passi dell'integrazione scolastica o, al contrario, con coloro che hanno dovuto confrontarsi in maniera certamente traumatica con un cambio "in corsa", con un passaggio dalla scuola del proprio Paese a quella italiana.

Tra consapevolezza e smarrimento

I quattro film che analizzeremo in questo capitolo dedicato a come i documentaristi italiani hanno affrontato la questione dell'integrazione degli adolescenti immigrati nel nostro Paese sono molto diversi tra loro, tanto per le situazioni scelte quanto per il tipo di sguardo adottato. Nati sotto il segno del leone di Cristiano Bortone (1997, Orisa Produzioni) racconta la condizione di un gruppo dei ragazzi di origine somala ed eritrea immigrati in Italia tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta; Il mondo addosso di Costanza Quatriglio (2006 prodotto dalla Dream Film Ila Palma) affronta la questione dell'alfabetizzazione e dell'entrata nel mondo del lavoro di alcuni minori stranieri non accompagnati ospiti di comunità residenziali. Sei del mondo di Camilla Ruggiero (2007) Fratelli d'Italia di Claudio Giovannesi (2009), entrambi prodotti dall'associazione Il Labirinto, analizzano la condizione dei figli di immigrati che frequentano due scuole superiori della Capitale. Una varietà di situazioni che testimoniano quanto sia facile incorrere in pericolose generalizzazioni quando si parla di immigrazione, tanto più se ci si concentra sulla condizione dei minori immigrati, il cui statuto è regolato da leggi e normative particolari che variano a seconda che il minore sia accompagnato o meno, sia nato in Italia o nel Paese d'origine della sua famiglia, resieda nel nostro Paese da più o meno tempo. Documentari che hanno il merito, dunque, di concentrarsi su situazioni molto particolari, difficilmente riconducibili al pur necessario dato statistico, sposando quel principio di prossimità alla realtà che costituisce una delle acquisizioni più interessanti in campo documentaristico. Nati sotto il segno del Leone è il più datato tra i documenti che prenderemo in considerazione: girato a Roma verso la fine dello scorso decennio è incentrato sulla condizione di un gruppo di giovani immigrati eritrei, somali ed etiopi di seconda generazione, quasi tutti nati da famiglie giunte nel nostro Paese come profughe alla fine della Seconda guerra mondiale, durante il periodo di Amministrazione fiduciaria delle ex colonie alla Repubblica Italiana, oppure giunti in Italia dalla Somalia in seguito alla dittatura del generale Siad Barre e alla guerra provocata dalla sua deposizione. È un mosaico di testimonianze sotto forma di interviste che rivela come, ancora poco più di dieci anni fa, il problema dell'integrazione fosse limitato alla questione del razzismo in sé, ad una discriminazione basata quasi esclusivamente sui tratti somatici dei soggetti, risposta ingenua ad un fenomeno considerato in fondo ancora marginale, che non aveva assunto la rilevanza sociale degli ultimi anni. Ciò che emerge è l'assenza (o quasi) di risposte istituzionali - tanto in senso positivo quanto in senso negativo - alla questione della multietnicità: i sogetti dichiarano infatti di sentirsi emarginati a causa di un'impreparazione culturale da parte della società italiana ("la gente" è il termine che quasi tutti i ragazzi utilizzano per definire la provenienza degli atti di intolleranza) e non in ragione di politiche più o meno discriminatorie, tese a contenere o a contrastare l'immigrazione extracomunitaria in quanto fenomeno socialmente ed economicamente pericoloso. Fondamentale, in questo come negli altri documentari, è la questione identitaria: i ragazzi denunciano il proprio disorientamento, l'impossibilità di definirsi sia in quanto italiani, sia come etiopi, somali o eritrei. I Paesi d'origine dei genitori sono realtà lontane, a volte mete di brevi e occasionali vacanze che, tuttavia, sembrano produrre l'effetto di un distacco ancora più percettibile dalle proprie radici. Le strategie di risposta a tale condizione si diversificano a seconda dell'appartenenza di genere: per le ragazze diviene fondamentale il rapporto con la memoria e con la tradizione, declinato attraverso la trasmissione orale delle storie familiari oppure per mezzo del tramandarsi di madre in figlia di usanze come la cucina tradizionale o l'artigianato; per i ragazzi (ma anche per alcune delle ragazze) l'opzione è quella di una completa rielaborazione della propria identità attraverso la musica rap e hip-hop, in un avvicinamento alla cultura afroamericana che, come avviene anche per molti coetanei non di colore, costituisce l'espressione più immediata del proprio disagio e della voglia di ribellione, ma anche un mezzo efficace per ritrovarsi in gruppi che vedono la partecipazione anche di ragazzi bianchi e condividere con loro e con il pubblico dei piccoli concerti organizzati all'interno di locali e centri sociali, sentimenti, emozioni, valori comuni. La scuola resta un po' ai margini delle vicende narrate dai ragazzi, e tuttavia, a parte alcuni episodi negativi, è vista in quanto dimensione costruttiva, innanzitutto come occasione di socializzazione, come terreno a partire dal quale iniziare il proprio percorso di integrazione sociale, poi in quanto premessa al proprio futuro di cittadini e lavoratori (molti dei ragazzi freqentano gli istituti tecnici e professionali), magari pagando anche il prezzo di un'educazione che troppo spesso sembra dimenticare di doversi rivolgere non solo a chi è italiano di nascita ma anche a coloro che vengono da più lontano.

Dieci anni esatti separano Nati sotto il segno del Leone da Sei del mondo, il documentario prodotto dall'associazione Il Labirinto (una delle realtà più attive in Italia nel campo dell'alfabetizzazione cinematografica nelle scuole, spesso declinata proprio attraverso le tematiche dell'intercultura e dell'integrazione) girato in un istituto tecnico dell'Esquilino, il quartiere della Capitale nel quale si registra la più alta presenza di cittadini extracomunitari. Come anticipavamo, segnalare questo dato non è inutile: se il film del 1997 si concentrava su adolescenti e ragazzi provenienti esclusivamente dal cosiddetto Corno d'Africa, Sei del mondo registra sotto forma di interviste le testimonianze di giovani cittadini provenienti dalle più disparate regioni del mondo: si spazia dal Congo alla Romania, dal Bangladesh alla Polonia, da Capo Verde al Cile, a testimonianza di come siano divenuti globali i fenomeni migratori e come sia sempre più complesso - se non impossibile - definire attraverso formule di comodo qualsiasi discorso sull'intercultura e sull'integrazione. L'elemento certamente più interessante del documentario, che conferma ulteriormente i cambiamenti intercorsi in un decennio, risiede soprattutto nel grado di consapevolezza mostrato dai ragazzi intervistati rispetto alla propria condizione. Anche in questo caso non mancano le narrazioni di vissuti traumatici dovuti ai più disparati motivi: il ricongiungimento dei protagonisti, spesso affidati per anni a parenti rimasti in patria, con i genitori immigrati in Italia che, solo dopo molto tempo, forti di una certa stabilità lavorativa e abitativa, hanno potuto accogliere i figli; la difficile integrazione in classe, specie per quanto riguarda i rapporti con i compagni, ma anche, ovviamente, sul versante dell'impatto con una lingua totalmente nuova e una didattica diversa da quella sperimentata nei Paesi d'origine; i sia pur rari episodi di razzismo, subiti specie dai ragazzi di colore, che lasciano l'amaro in bocca ma a volte anche cicatrici interiori difficili da cancellare. Ciò che segnalano i ragazzi è come, a farsi spazio dopo un'iniziale e comprensibile sensazione di spaesamento, sia stata la consapevolezza rispetto alla propria condizione di cittadini: dalle intense testimonianze emerge l'urgenza di poter determinare con certezza la propria collocazione all'interno della società italiana, un senso di appartenenza che è sicuramente instabile a causa della difficile mediazione tra cultura dei Paesi di origine e cultura del Paese che li ha accolti, ma che risulta allo stesso tempo chiaro e definito per ciò che riguarda il diritto di cittadinanza. È sorprendente registrare come moltissimi dei protagonisti di Sei del mondo abbiano sviluppato precocemente - a differenza della maggior parte dei coetanei italiani - una percezione sufficientemente chiara dei diriti e dei doveri di un cittadino, tanto più se questi è un giovane che ha dovuto superare ostacoli e difficoltà per farsi accettare dagli altri, ma anche per accettare tutto ciò che di nuovo e diverso ha trovato al suo approdo in Italia. Anche in questo caso l'acquisizione di una simile consapevolezza non è indolore: molti dei ragazzi hanno dovuto assistere con un misto di stupore e delusione alle lunghe, macchinose - e spesso inutili - trafile burocratiche sopportate dai propri parenti per ottenere il permesso di soggiorno o altri documenti necessari a garantirsi una vita dignitosa; altri hanno visto i propri genitori costretti ad accettare impieghi non all'altezza dei titoli di studio (a volte anche ad elevata specializzazione) ottenuti in patria ma non riconosciuti in Italia; altri ancora testimoniano come per lungo tempo, la regolarizzazione ottenuta con fatica sia restata solo sulla carta, a fronte di una situazione lavorativa e retributiva rimasta nei fatti in nero e sommersa. Rispetto ai ragazzi di Nati sotto il segno del Leone, che denunciavano un razzismo "generico", vissuto nel quotidiano e di stampo quasi esclusivamente sociale, quelli di Sei del mondo segnalano, dunque, discriminazioni di carattere politico e istituzionale, certamente assai più gravi perché "legalizzate" e dunque non riconducibili ai comportamenti deviati di singoli elementi o componenti sociali, bensì a un moloch burocratico-legislativo impossibile da individuare e difficile da contrastare. Se ciò da un lato costituisce nei fatti un elemento assolutamente negativo, è certamente confortante la risposta che questi giovani riescono a dare, quanto a consapevolezza e spirito critico nei confronti di una società che, lungi dal tutelarli in quanto risorsa attiva e consapevole, sembra frapporre ostacoli alla loro crescita. Vale la pena citare, a questo punto, un documento che non abbiamo inserito tra gli altri solo per la sua natura eccentrica e spuria rispetto al format del documentario vero e proprio, La mia Italia. Madre o matrigna? di Yonas Tesfamichael, eritreo di seconda generazione, immigrato in Italia all'età di otto anni.A metà strada tra il diario e il pamphlet, La mia Italia. Madre o matrigna? vede lo stesso autore riflettere sulla propria condizione di italiano di seconda generazione, o meglio di serie B. Nella sua appassionata ma lucida confessione di fronte alla macchina da presa il giovane cineasta, senza evitare spunti polemici nei confronti della politica italiana, incapace di rispondere efficacemente a situazioni di fatto che andrebero semplicemente gestite e che, invece, vengono strumentalizzate per secondi fini, ripercorre la propria vita di immigrato bambino, adolescente e infine adulto, analizzando aspetti molto concreti (il conseguimento del  permesso di soggiorno, la ricerca di un lavoro, la possibilità di viaggiare liberamente in quanto cittadino europeo) e dunque decisivi, non solo per la mera sopravvivenza, ma anche per la definizione della propria identità, per sentirsi parte di una società che bene o male lo ha accolto negli anni della sua infanzia e adesso lo rifiuta in quanto adulto, ovvero proprio quando la questione identitaria non dovrebbe più costituire un problema. La questione dell'integrazione scolastica resta sullo sfondo, è solo accennata nelle prime sequenze del cortometraggio, ma il dato più interessante di La mia Italia. Madre o matrigna? risiede proprio nella registrazione del disagio di un cittadino di seconda generazione alle prese con il dopo-scuola, con una realtà alla quale si è preparato durante gli anni trascorsi sui banchi ma che non corrisponde certamente a ciò che proclamavano, non senza enfasi e autocompiacimento, i libri sui quali ha studiato.

Diverso dagli altri è il caso di Fratelli d'Italia, un altro documentario (in realtà una sorta di docu-fiction girata con gli stessi protagonisti delle vicende narrate) prodotto dall'associazione Il Labirinto e girato in un istituto superiore di Ostia, cittadina del litorale romano. Il documentario di Claudio Giovannesi deve molto, anche per quanto riguarda lo stile narrativo (agile e vivace, pronto a seguire le improvvise diversioni delle vicende) alle storie personali e ai caratteri dei tre protagonisti degli altrettanti episodi che lo compongono: si tratta di vite seguite "in diretta", ovvero nelle aule dell'istituto scolastico, per strada tra compagni di scuola e amici, a casa con le rispettive famiglie. Non è un caso, dal momento che Fratelli d'Italia è il risultato di un laboratorio didattico sul cinema, svolto da Il Labirinto nella scuola che ha fatto da set al film, successivamente sfociato in un vero e proprio progetto filmico: facendo i debiti distinguo, visti gli esiti decisamente diversi, si potrebbe accostare il film di Giovannesi a La classe di Cantet, tanto per lo spunto di partenza (il laboratorio didattico) quanto per i contenuti (la multiculturalità come istanza problematica per la nostra società). Ognuna delle tre storie è, a suo modo, emblematica della condizione e soprattutto delle risposte attivate dagli immigrati di seconda generazione di fronte alla questione dell'integrazione: Alin, rumeno di nascita giunto in Italia con la famiglia da quattro anni, preferisce alle lezioni scolastiche il suo motorino e ai compagni di classe la compagnia di coetanei rumeni. Masha, di origine bielorussa, è stata adottata da una famiglia italiana nella quale si è integrata alla perfezione: tutto sembra funzionare a meraviglia fino a quando il fratello naturale, perso di vista anni prima perché rimasto in patria in un istituto, la contatta per riallacciare il loro rapporto, invitandola a recarsi in Bielorussia. Nader è nato in Italia da genitori di origine egiziana: lui si sente italiano a tutti gli effetti, ma il suo problema è la famiglia che non vede di buon occhio una serie di comportamenti considerati troppo occidentali, soprattutto la madre che ostacola la sua relazione con una ragazza italiana. La scuola è un elemento centrale nell'economia complessiva delle tre storie perché, oltre a costituire il laboratorio creativo e il set principale del film, è anche il luogo deputato per la concreta elaborazione e messa in discussione dei problemi vissuti dai tre ragazzi lungo il loro percorso di integrazione. Percorsi molto diversi e, come detto poc'anzi, emblematici proprio perché caratterizzati da elementi anche e soprattutto negativi che, tuttavia, in classe, nel rapporto con i compagni e con i docenti trovano un terreno a partire dal quale tentare una mediazione. La storia di Alin è caratterizzata dalla chiusura nei confronti dell'integrazione: il ragazzo sconta un piccolo ritardo scolastico dovuto, come accade quasi sempre in questi casi, all'apprendimento di una nuova lingua e al passaggio dal sistema didattico rumeno a quello italiano. Tuttavia, la ricaduta negativa di tale situazione non è soltanto sul fronte dello scarso rendimento scolastico, ma anche e soprattutto su quello delle relazioni sociali. Alin reputa immaturi i suoi compagni, tutti più giovani di lui, e guarda ai loro interessi e passatempi con la sufficienza di chi può permettersi una vita da adulto: bazzica bische e discoteche frequentate solo da rumeni nelle quali si balla esclusivamente musica rumena e invita alle serate i suoi compagni di scuola più per prendersi la soddisfazione di vederli rifiutare a causa della loro giovane età, che per il desiderio di coinvolgerli realmente. Il suo autoisolamento, la pretesa di fare esperienze e provare emozioni da adulto (avallata da una famiglia evidentemente complice) contribuiscono non poco ad allontarnarlo non solo dagli impegni ma anche dai piaceri tipici della sua età, gli fa guardare con supponenza ai tentativi dei compagni di coinvolgerlo nella socialità della classe e con sospetto ai professori che provano in tutti i modi a rimetterlo in carreggiata sul piano della didattica, quasi che la propria identità originaria possa essere messa a rischio dall'integrazione nel tessuto sociale italiano. Partendo da tali premesse l'Italia diventa, paradossalmente, una terra di conquista e sfruttamento, con risultati potenzialmente disastrosi nella vita di un giovane. Nell'assenza di vera integrazione sul piano sociale e culturale ciò che resta è esclusivamente l'interesse economico: "Se hai i soldi hai tutto: automobili, donne, case" afferma Alin nel corso di una conversazione con un suo coetaneo. Diverso il caso di Masha che vive il suo conflitto interiormente, sul piano delle emozioni e dei sentimenti, proprio quello messo maggiormente in gioco dalla sua condizione di adottata. Il desiderio di ricongiungersi per un periodo di vacanza con il fratello rimasto in Bielorussia fa emergere il senso di colpa per aver avuto un destino più fortunato e la paura di riprendere contatto con un ambiente e una cultura d'origine con i quali pensava di aver tagliato definitivamente i ponti. Anche nel caso della ragazza la scuola è il luogo di mediazione - questa volta positiva - di tali opposte istanze: grazie al particolare rapporto con una delle docenti Masha riesce a elaborare almeno in parte i suoi sentimenti e a trovare le motivazioni necessarie per prendere una decisione. Il percorso di Nader è opposto rispetto a quello di Alin: a fronte di uno scarso rendimento scolastico, il ragazzo cerca e trova l'integrazione tanto con i compagni di classe quanto all'esterno della scuola, soprattutto nel rapporto con la fidanzata italiana, agevolato anche dall'apertura della famiglia di quest'ultima che lo accoglie favorevolmente. I problemi sono a casa: Nader sopporta malvolentieri tanto gli obblighi religiosi ai quali la sua famiglia mussulmana lo richiama frequentemente, quanto i rimproveri del padre sul suo profitto scolastico deludente, quanto infine le imposizioni più normali, come gli orari di rientro serale che puntualmente disattende, proprio per frequentare la ragazza, residente in un altro quartiere della Capitale. Su tutto domina il sospetto della madre proprio nei confronti della fidanzata italiana: lungi dall'essere degli integralisti, i genitori non mancano di ricordare - non senza ragione - la profonda diversità delle due culture con le quali deve confrontarsi il ragazzo. Il desiderio di integrazione di Nader è talmente forte da sfociare nel paradosso: mussulmano e di origini egiziane aderisce, sia pur soltanto a parole, a ideologie propugnate da associazioni di estrema destra, lanciandosi, nel corso di un incontro con alcuni amici italiani aderenti a un gruppo neofascista, in un'assurda invettiva contro "negri ed ebrei".

Il parallelo tra Fratelli d'Italia e La classe di Laurent Cantet ha una sua ragion d'essere anche per motivi diversi da quelli poc'anzi elencati: se nel film francese la scuola è uno degli avamposti nei quali viene attuata una visione dell'integrazione basata sulla responsabilizzazione dell'individuo-cittadino di fronte allo Stato, e che trova in una burocratizzazione probabilmente eccessiva della gestione dei conflitti il suo punto debole (al termine del film il comitato di disciplina allontana dalla scuola un alunno di origine malinese particolarmente intemperante decretando in questo modo il suo rientro nella terra d'origine e con esso il fallimento di ogni tentativo di integrazione) in Fratelli d'Italia la carenza delle strutture, la mancanza di materiali e di personale adeguatamente preparato e supportato da assistenti sociali, psicologi e mediatori culturali mette in luce la profonda impreparazione della scuola italiana tanto nell'affrontare i singoli casi quanto nel mettere a punto strategie complessive. È solo grazie alla pazienza, all'esperienza e alla dedizione professionale di alcuni insegnanti che i ragazzi possono trovare nella scuola una sponda - magari insufficiente ma comunque presente - alle proprie incertezze. Il rischio che corre un film sicuramente importante (specie per il nostro Paese, cronicamente a corto di documenti sulla realtà giovanile) come Fratelli d'Italia è piuttosto quello di restare nel campo della semplice testimonianza, senza porre sotto i riflettori tutti gli elementi di criticità della situazione documentata: il pur ammirevole desiderio di registrare la realtà nel suo farsi, lo spazio da protagonisti assoluti dato ai ragazzi coinvolti, l'opzione dell'invisibilità della macchina da presa e di chi sta dietro di essa, funzionano sul piano del coinvolgimento dello spettatore nella narrazione, ma lasciano la sensazione che alla visione del film debba accompagnarsi necessariamente un dibattito che puntualizzi le responsabilità soprattutto istituzionali per una realtà carente sotto ogni profilo. Un rischio legittimo ma non di poco conto, se si considera che, a differenza di Sei del mondo, nel quale dalle interviste ai protagonisti emergeva un elevato grado di consapevolezza dei propri diritti e doveri di cittadini, dalle vicende di Alin e Nader affiora come, nel deserto culturale della periferia romana, non ci sia alternativa all'adesione supina ai "valori" del consumismo, del divertimento, del conformismo, della ribellione fine a se stessa: "Siamo tutti un po' "coatti", un po' bulli" afferma candidamente uno dei compagni di Alin nel corso di un collettivo, ammettendo in questo modo una responsabilità che certamente non gli si può addebitare interamente. Ancor più in salita è il percorso dei giovani protagonisti di Il mondo addosso di Costanza Quatriglio che analizza i casi di alcuni adolescenti ospiti in comunità residenziali della Capitale in cerca di alfabetizzazione e soprattutto di un lavoro. Le storie sono quelle della moldava Inga, del rumeno Cosmin e dell'afgano Mohammad Jan, tre ragazzi che hanno compiuto da poco o stanno compiendo il diciottesimo anno d'età. Emigrati in Italia senza genitori, fratelli o altri parenti come i loro coetanei protagonisti dei documentari precedenti, sono in cerca di un'integrazione che, almeno per le nostre leggi, significa ottenere un permesso di soggiorno lavorativo che non li costringa a tornare nei propri Paesi d'origine o a darsi alla clandestinità una volta raggiunta la maggiore età. Sono "minori stranieri non accompagnati", forse i migranti meno tutelati dalla legislazione italiana, che spesso li abbandona al loro destino dopo averli accompagnati per un breve tratto (quello che va dal loro arrivo in Italia fino al diciottesimo anno d'età, quando scade il diritto d'asilo) del loro itinerario di ricerca. A esercitare una forma di supplenza nei confronti delle istituzioni sono alcune associazioni, molto spesso organizzate su base essenzialmente volontaria, che, proprio come illustra il caso di Moammad Jan, spesso impiegano come mediatori culturali coloro che meglio conoscono la dura realtà dell'immigrazione clandestina e che sono riusciti a riscattarsi da quella condizione. L'alfabetizzazione (spesso soltanto abbozzata nelle scuole frequentate nei Paesi d'origine) e l'apprendimento della lingua italiana sono tappe essenziali per l'integrazione di coloro che non hanno una famiglia alle spalle che li protegga e li sproni a migliorare la propria condizione. Un impegno ancora più gravoso per chi, come questi ragazzi, spesso deve dividersi tra l'apprendistato o la ricerca di un lavoro vero e proprio e la scuola serale, in un precoce percorso di maturazione. Quella dei minori stranieri non accompagnati è una realtà misconosciuta dalla nostra società, che tende a relegare ai suoi margini proprio coloro che si trovano in una condizione di "invisibilità". Spesso ci si dimentica che anche loro, proprio come i minori italiani che si trovano fuori dal loro nucleo famigliare, lasciano dietro di sé ricordi e affetti con i quali sperano un giorno di potersi ricongiungere e che una comunità sana e accogliente dovrebbe aiutare a recuperare.

L'intercultura che è già realtà

Non è un caso che gli ultimi due documentari del percorso, Sotto il Celio Azzurro (2009, prodotto dalla FabulaFilm) di Edoardo Winspeare e La classe dei gialli di Daniele Gaglianone, siano quelli dedicati alle scuole per l'infanzia. A proposito dei film precedentemente analizzati abbiamo parlato di integrazione difficile, possibile, problematica, impossibile (o almeno apparentemente tale). I percorsi interculturali di cui abbiamo parlato si andavano a inserire all'interno di dinamiche di maturazione culturale, emotiva, identitaria già innescate, assumendo il carattere di interferenze, di sovrapposizioni, obbligando i protagonisti ad omissioni o cancellazioni (magari parziali ma comunque difficili) proprio di quella parte già strutturata del proprio carattere e della propria identità. Nel caso delle scuole per l'infanzia siamo di fronte a un territorio vergine e incontaminato: tanto i bambini figli di immigrati, nati in Italia o giunti nel nostro Paese piccolissimi, quanto i bambini italiani, non hanno ancora una precisa identità culturale che incomincia a formarsi proprio socializzando con quei coetanei sulle cui origini non si pongono domande, specie se, come ormai capita da alcuni anni anche in Italia, l'eterogeneità etnica della classe raggiunge livelli significativi. Un territorio vergine, dunque di recente formazione, ancora tutto da esplorare per gli educatori del nostro Paese che, solo negli ultimi due decenni, ha conosciuto l'immigrazione nei termini in cui la stiamo descrivendo. Veri e propri pionieri in questo territorio incontaminato sono stati i maestri di una piccola scuola per l'infanzia situata nel centro di Roma e descritta nel recente documentario Sotto il Celio Azzurro di Edoardo Winspeare. Veri precursori, i maestri del Celio Azzurro, già vent'anni fa avevano intuito che l'integrazione, specie nei grandi centri urbani, avrebbe ben presto assunto i connotati dell'emergenza. Winspeare racconta un anno di vita nella scuola per l'infanzia Celio Azzurro, senza tuttavia dare al suo documentario un'impostazione didattica o didascalica, bensì mettendo la macchina da presa al servizio di un racconto privo di un vero centro narrativo, che ci introduce in punta di piedi nella realtà di un anno scolastico vissuto intensamente. Improntando l'osservazione sull'attesa paziente del verificarsi degli eventi, su un metodo antiaccademico in sintonia con la spontaneità e l'improvvisazione che caratterizzano l'operato dei maestri, Sotto il Celio Azzurro mostra come un metodo davvero efficace per integrare i bambini stranieri nella realtà italiana debba necessariamente coinvolgere anche le famiglie all'interno di un progetto didattico capace di abbracciare ogni aspetto della quotidianità e di valorizzare le diversità etniche, culturali, linguistiche, religiose presenti in un contesto che ospita mediamente quarantacinque bambini di circa trenta nazionalità diverse. Celio Azzurro, tuttavia, non è un riserva né un laboratorio nel quale i bambini stranieri figli di immigrati vengono "protetti" da una società che, altrimenti, li emarginerebbe. L'asilo ospita, infatti, anche bambini italiani (in una percentuale certamente minima rispetto a quella degli stranieri) delle più diverse estrazioni sociali, a testimonianza della volontà di dare alla scuola quel respiro davvero interetnico che, se vuole realmente essere tale, deve coinvolgere anche coloro che sono italiani a tutti gli effetti. Portando alle estreme conseguenze il senso del termine intercultura, Celio Azzurro integra tutti, italiani e stranieri, in un progetto didattico che ha il suo punto di forza nel valorizzare ogni apporto culturale che possa essere significativo per la crescita armoniosa e consapevole di coloro che saranno i cittadini di un mondo sempre più globalizzato ma che, necessariamente, dovrà tenere presente l'importanza delle culture locali, anzi la valorizzazione del singolo individuo nella sua unicità e con tutte le sue peculiarità, senza creare distinzioni, ormai fittizie, tra autoctoni e stranieri. Se Sotto il Celio Azzurro nel raccontare l'attività della scuola per l'infanzia rifugge costrizioni didascaliche e impostazioni ideologiche, limitandosi a descrivere l'esistente e tenendosi rispettosamente a distanza, La classe dei gialli - Un giorno da bambini (2009, prodotto dalla Fargofilm) è un documentario di pura osservazione che, semplicemente, registra una giornata qualunque in un asilo comunale del quartiere multietnico di San Salvario a Torino. Il titolo è volutamente ironico e fuorviante: si potrebbe pensare a una classe formata esclusivamente da bambini di origine asiatica, frutto (come a volte accade) dell'inurbamnento intensivo di una comunità cinese in una particolare zona della città. Invece i "gialli" del titolo sono semplicemente i bambini che frequentano una classe dell'asilo che ha scelto come colore per i grembiulini degli alunni il colore giallo. Daniele Gaglianone punta il suo obiettivo sulle attività più spontanee dei bambini, dedicando loro tutto lo spazio possibile, senza commentare o intervenire più di tanto all'interno delle situazioni, mantenendosi ai margini dell'azione: La classe dei gialli non cerca risposte a un "problema" che, in un contesto come quello dell'asilo di San Salvario, nessuno si pone, a incominciare proprio dai bambini. Questi ultimi, interpellati dal regista in una serie di brevissime interviste, sui compagni di scuola, dai tratti somatici così diversi, alla domanda sulle loro origini, sulla loro provenienza rispondono che vengono "da casa loro", oppure "dalla pancia della mamma", riportando il discorso sull'unico piano che per loro abbia un senso, quello di una quotidianità armoniosa dove l'integrazione è già una realtà.

 

* pubblicato in Rassegna bibliografica, 1/2010, pp.21-32)

 
I film del percorso
  • Nati sotto il segno del Leone, Cristiano Bortone, Italia, 1997
  • La schivata, Abdel Kechiche, Francia, 2003*
  • Il mondo addosso, Costanza Quatriglio, Italia, 2006
  • Sei del mondo, Camilla Ruggiero, Italia, 2007*
  • La classe,  Laurent Cantet, Francia, 2008*
  • Fratelli d'Italia, Claudio Giovannesi, Italia, 2009*
  • Good Morning Aman, Claudio Noce, Italia, 2009*
  • La classe dei gialli, Daniele Gaglianone, Italia, 2009
  • La mia Italia. Madre o matrigna? , Yonas Tesfamichael, Italia, 2009
  • Sotto il celio azzurro, Edoardo Winspeare, Italia, 2009*
 
[*]I film contrassegnati con l’asterisco sono presenti all’interno del Catalogo, corredati di schede critiche e consultabili presso la Biblioteca Innocenty Library "Alfredo Carlo Moro"
 

(Crediti foto)