Il monello

di Charles Chaplin

(USA, 1921)

Sinossi

Una ragazza madre abbandona il figlioletto. Lo trova casualmente un vagabondo che inizialmente tenta di disfarsene, ma poi lo accoglie nella sua umile dimora e lo cresce. Cinque anni dopo, il bambino aiuta nel suo precario lavoro di vetraio il vagabondo: il fanciullo spacca i vetri delle abitazioni lanciando pietre dalla strada, mentre l’omino con i baffi passa con il suo vetro per effettuare la riparazione. Ma il gioco viene scoperto e i due sono costretti alla fuga. Intanto la madre del ‘monello’ ha raggiunto il successo come attrice teatrale e comincia a recarsi nel quartiere malfamato dove vive il figlio per scopi filantropici. È lei, infatti, che cerca di fare da paciere tra il vagabondo e l’enorme fratello di un ragazzino al quale il ‘monello’ ha impartito una sonora lezione, ed è sempre lei che riporta a casa il bambino con la febbre e bisognoso di cure. Una volta guarito, il ‘monello’ rischia di venire sottratto alle cure del vagabondo e portato in un istituto, ma l’omino si batte e riesce a recuperare il figlio adottivo. Ma sul bambino pesa una forte ricompensa destinata a chi dovesse riportarlo alla centrale di polizia, e così il padrone dell’ospizio, in cui il vagabondo e il ‘monello’ hanno deciso di trovare ricovero, rapisce il fanciullo durante la notte e lo consegna ai poliziotti. Stanco per le inutili ricerche effettuate, il vagabondo si adagia in un sonno nel quale si origina un sogno che mostra lo squallido quartiere diventare una specie di paradiso, pronto a guastarsi per l’intervento della discordia seminata da alcuni diavoli tentatori. Il successivo brusco risveglio ad opera di un poliziotto è il preludio al ritrovamento del ‘monello’, ricongiuntosi finalmente con la propria legittima madre.

Presentazione critica

Il tema del ‘figlio della colpa’, frutto di un amore occasionale o impossibile, abbandonato a causa delle rigide convenzioni borghesi e per quella superficiale tendenza al rispetto delle apparenze in grado, se non di pacificarla, almeno di tacitare la questione morale, è uno dei topoi della letteratura melodrammatica della fine dell’Ottocento. Toni da feuilleton hanno anche le prime sequenze del primo lungometraggio di Charlie Chaplin, ormai non più a suo agio nel confezionare pellicole dotate di profondità e analisi nell’angusto spazio delle solite due bobine, metraggio limite nelle produzioni comiche della Keystone di Mack Sennett, il geniale produttore e regista comico che fece arrivare ad Hollywood Chaplin dall’Inghilterra. Una donna dallo sguardo palesemente triste esce con un bambino in braccio da una clinica sotto lo sguardo severo e giudicante di un’infermiera: è chiaramente confusa e non sa che decisione prendere. Un’altra scena mostra un uomo - il padre del bambino - che guarda con apparente passionale interesse la foto della ragazza-madre, ma subito dopo, distratto da un’altra persona, lascia cadere la foto nel camino acceso, dimostrando tutta la sua indifferenza sia nei confronti della donna, sia verso la situazione venutasi a creare. Accostamenti retorici amplificano la materia significativa: l’immagine di una via crucis si premura di accrescere la dolorosa passionalità della donna, sempre più disperata e conscia della sua impotenza, la luce riflessa da una vetrata disegna una specie di aureola sulla ragazza, il cui ‘unico peccato era la maternità’, così come si premura di recitare una didascalia. Ma il bambino abbandonato in mezzo ai rifiuti, attraverso il filtro dei ladri dell’auto, su cui la giovane madre lo aveva riposto, rappresenta l’ingresso della narrazione nelle modalità del comico e si lascia alle spalle il sovraccaricato registro mélo che aveva introdotto la vicenda: il vagabondo rischia di essere colpito da una discreta quantità di rifiuti provenienti dall’alto, probabilmente da qualche finestra che dà sulla strada, schiva gli oggetti, si sposta e vede alla destra dell’inquadratura il bambino che giace per terra inerme. L’omino con baffi strani e bombetta guarda alternativamente il neonato e l’immaginaria direttrice aerea dalla quale sono provenuti i rifiuti, pensando che anche il pargolo possa avere la stessa provenienza. Grazie a questa gag il comico si giustappone alle modalità del racconto d’appendice e prosegue con esso un percorso parallelo che di sequenza in sequenza punta a far divertire il pubblico lasciandogli al contempo un retrogusto amaro, dato che, così come insegnava Pirandello nel suo fondamentale saggio sull’umorismo, ad un’attenta riflessione il sentimento del tragico emerge e fa capolino insistentemente dietro l’avvertimento del comico. La miseria delle condizioni esistenziali (la catapecchia in cui il vagabondo cresce il ‘monello’, gli stracci che entrambi indossano, gli stratagemmi che organizzano per potersi garantire pochi spiccioli), la sfortuna di certe situazioni (l’arrivo puntuale della polizia nei momenti meno opportuni, quello dell’energumeno, fratello del ragazzino che il ‘monello’ ha punito per i suoi dispetti), la singolarità dell’educazione impartita (la frettolosa e smorfiosa preghiera che precede costantemente il frugale pranzo o il riposo notturno), ma anche la dolcezza del rapporto e il dolore della separazione sono elementi che si coagulano tra loro e rendono possibile l’emersione del patetico celato dietro la solarità ludica di una fragorosa risata. È possibile così notare che dietro la storia di un legame nato assolutamente per caso e proseguito con grande affetto e dignità si delinea, tra l’acutezza delle gags, una vicenda di meste solitudini che si intersecano e trovano le loro motivazioni nell’interazione affettiva e nella vicendevole giustificazione esistenziale: si pensi alla sequenza in cui è il ‘monello’ a preparare la colazione a base di frittelle, dopodiché è sempre il bambino ad intimare al pigro vagabondo di alzarsi dal letto per consumare il pasto; l’omino con bombetta si alza con grande fatica, distribuisce salomonicamente le frittelle, istruisce il fanciullo su come adoperare forchetta e coltello, impone una singolare preghiera e termina il pranzo digerendo con somma soddisfazione. I ruoli, ribaltandosi, si integrano reciprocamente: il legame tra vagabondo e ‘monello’ non è solo un rapporto tra padre e figlio, ma è soprattutto un vincolo tra reietti, tra esclusi dalla società (così come la scena del ritrovamento del bambino da parte del vagabondo fa esplicitamente supporre, sottolineando ironicamente, tra l’altro la comune matrice di appartenenza) che per poter sopravvivere devono necessariamente unirsi, in modo da trovare quel po’ di umanità indispensabile per affermare la propria esistenza. Giampiero Frasca

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