Jona che visse nella balena

di Roberto Faenza

(Italia/Francia, 1993) 

Sinossi

Amsterdam 1943. Jonah è un piccolo ebreo che vive insieme al padre e la madre. Scopre sulla propria pelle l’asprezza delle persecuzioni di cui sono vittime i semiti, dai divieti a comprare il mangiare fino all’internamento in un ghetto. Poco tempo dopo la cattura, la famiglia viene spostata in un lager nazista e divisa. Iniziano, per il piccolo ragazzino, giorni di sopravvivenza, tra lotte per il cibo, punizioni, un breve incontro con il padre, il dolce rapporto con la madre. La vita nel campo però è troppo dura: il padre oltremodo debole per resistere ai carichi di lavoro impostigli, muore davanti al figlio; la madre si ammala per deperimento e denutrimento. Malgrado la liberazione, avvenuta grazie all’intervento dell’esercito russo, la malattia della madre si aggrava fino alla pazzia e alla morte. Jonah non può che ribellarsi, pur senza capire ciò che gli è successo, ad un destino così crudele. Sarà solo grazie all’amore di una famiglia ebrea di Amsterdam che il ragazzo ritroverà le forze per vivere.

Presentazione critica

Il film vuole essere una riflessione profonda sulla più grande tragedia del Novecento ed un’occasione per mantenere viva, nel 1993, la memoria di un momento buio della storia dell’uomo a mezzo secolo da quegli eventi. Il film ha il merito e la sfortuna di arrivare poco prima di Schindler’s List dell’americano Spielberg. Il merito perché l’operazione anamnetica ha la stessa nobiltà ideologica di quella molto più propagandata e conosciuta di Spielberg, la sfortuna perché Schindler’s List costituisce, di fatto, un punto di non ritorno rispetto alla rappresentazione per immagini dell’Olocausto. Tutti i film che lo hanno preceduto si scoprono poco penetranti dal lato figurativo, tutti i film che lo hanno seguito, almeno fino a questo momento, hanno dovuto scegliere vie diverse per affrontare gli stessi temi (è il caso di La vita è bella (1997) di Benigni o di Train de vie di Mihaileanu che partono da una esigenza opposta alla riproduzione realistica della vita nei lager, non è il caso di La tregua di Francesco Rosi, poco riuscito proprio dal punto di vista della ricostruzione drammatica dei giorni nei campi di sterminio). Sta di fatto che Jona che visse nella balena, storia vera di Jonah Obersky scienziato e autore del libro Anni d’infanzia cui si è ispirata la sceneggiatura di Faenza e Ottoni, ha il torto, non consapevole, di averci dato un’immagine troppo edulcorata dello sterminio ebreo. Non bastano i letti di legno, i volti prosciugati dei deportati, il filo spinato per rendere a pieno la realtà dei campi di concentramento, né i piccoli episodi di vita quotidiana (i bambini che di nascosto puliscono i grandi pentoloni della cucina, i vecchi cui viene tagliata la barba in segno di disprezzo, le punizioni rivolte ai ragazzi che non lavoravano abbastanza) possono lontanamente rappresentare la paura e la difficoltà che ogni ebreo doveva sostenere giorno dopo giorno. Ricordiamoci che in quasi nessun lager venivano “ospitati” i vecchi e i bambini (immediatamente portati nelle camere a gas perché non adatti per lavorare), che le donne sostenevano carichi di lavoro pari ai maschi e che quasi mai i mariti potevano incontrare le loro donne e ancor meno fare con loro l’amore. Ciò detto, non sarebbe giusto sminuire l’importanza del film che attua un recupero della memoria quanto mai rilevante. Pur se lontana dal vero, la pellicola ha il merito di dare immagini ad una pagina della storia troppo buia per essere dimenticata. Le virtù del film non finiscono certo qui. Faenza in primo luogo non chiama lo spettatore alla commozione facile, non cerca l’enfasi spettacolare – come accade, per dir la verità, al film di Spielberg – concentrandosi su una narrazione lieve ma pungente, realizzata attraverso gli occhi di un bambino. Quest’ultimo vive l’olocausto come un evento incomprensibile: solo perché suggeritogli dai ragazzi più grandi, va da un ufficiale per fargli le pernacchie, così come entra, sempre per gioco, in un obitorio. I suoi comportamenti aumentano così l’illogicità già ovvia dell’antisemitismo. In secondo luogo, Faenza ha il merito di non allontanarsi dall’esperienza del ragazzino per cadere in tentazioni autoriali evidentemente fuori luogo. La sua macchina da presa non si allontana mai da Jonah, ci fa vedere solo quello che vede lui. Per ultimo riesce a raccontarci il bisogno di comunità del popolo ebreo attraverso una chiave di comprensione universale come la musica. Le note della canzone principale del film entrano nell’orecchio dello spettatore come una dolcissima carezza, rimanendo a lungo nella sua memoria. Faenza, questa volta, colpisce nel segno, riuscendo, grazie a un motivo molto orecchiabile, a mantenere viva la nobile lezione del film.

Marco Dalla Gassa

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