Buon Compleanno Mr. Grape

di Lasse Hallström

(USA, 1993)

Sinossi

Gilbert Grape vive a Endora, un piccolo centro dell’Iowa dove la vita scorre più monotona che tranquilla. È commesso in un piccolo drugstore schiacciato dalla concorrenza di una grande catena di supermercati e, di tanto in tanto, subisce le attenzioni di una donna sposata cui consegna la spesa a domicilio. La sua famiglia è composta da due sorelle, suo fratello Arnie – handicappato mentale che Gilbert accudisce amorevolmente – e la mamma che, da quando il marito s’è suicidato anni prima, è ingrassata fino al peso record di 250 chili. Un giorno, in seguito ad un guasto, si ferma in paese Becky, una ragazza che gira l’America in caravan, della quale Gilbert si innamora. Troppe sono, tuttavia, le responsabilità che gravano sul protagonista e i legami che gli impediscono di immaginarsi al fianco della ragazza. Solo alla morte della mamma – che costringe i fratelli a dar fuoco all’intera casa per evitare che la donna sia prelevata con una gru a causa del suo peso – Gilbert e Arnie potranno unirsi a Becky e abbandonare definitivamente Endora.

Presentazione critica

Quella messa in scena da Lasse Hallström in Buon compleanno Mr. Grape è un’America diversa, popolata da una galleria di personaggi minori, distante dai miti consolidati nell’immaginario del pubblico. Un’America che, però, non è neanche quella – forse ancor più scontata nel panorama cinematografico contemporaneo – dell’emarginazione, considerata uno dei mali necessari prodotti dal cosiddetto “sogno americano” e raccontata dal cinema spesso con compiacimento. Nel caso di Buon compleanno Mr. Grape è semmai possibile parlare di marginalità, di liminarità dei personaggi e dello sfondo rispetto a un centro più che mai lontano. Endora è un luogo quasi senza tempo, un’ambientazione ai limiti dell’astrazione geografica – “descrivere Endora è come ballare senza musica”, afferma il protagonista – eppure istantaneamente individuabile dallo spettatore per una serie di riferimenti a un paesaggio tipicamente statunitense: la casa della famiglia Grape, isolata nella prateria; il serbatoio dell’acqua sul quale si arrampica Arnie, unico elemento di connotazione di un landscape urbano piatto e uniforme; un fast-food prefabbricato che arriva in paese trainato da un camion. Su questo sfondo, una serie di figure di giovani e adolescenti che non riescono ad allontanarsi da una dimensione tanto ristretta e limitante e, fra questi, Gilbert. Centro di tutte le relazioni tra i personaggi – fa da padre a un fratello handicappato, si occupa della vecchia casa in cui vive la famiglia, rincuora il suo datore di lavoro preoccupato per gli affari, ha una relazione con donna matura cui si dedica con moderato entusiasmo – Gilbert è talmente altruista da saper esprimere desideri solo per gli altri, mai per se stesso e, senza accorgersene, è prigioniero di una situazione che ha smorzato in lui ogni passione. A bilanciare il personaggio di Gilbert e il suo senso di responsabilità è Arnie: questa figura di adolescente “diverso” – interpretata magistralmente da un giovanissimo Leonardo Di Caprio – riesce a esprimere, anche se a livello di pure e semplici pulsioni, quei sentimenti che suo fratello reprime. Tutto in Arnie sembra voler suggerire la fuga o, meglio, un vero e proprio volo verso altre prospettive: il suo privilegiare i luoghi elevati – lo vediamo arrampicarsi più e più volte sul serbatoio dell’acqua, sugli alberi – è lì a confermare quella che non può rimanere una semplice impressione. Non siamo di fronte al solito disabile angelicato che si fa portatore delle grandi verità espresse dal film: Arnie a tratti è anche indisponente, dispettoso, ma è proprio questo suo non essere rassegnato a farne il personaggio più genuino fra tutti. Forse ciò che l’assennato Gilbert non riesce a capire è che dovrebbe far tesoro, leggendoli tra le righe di una gioiosa follia, dei messaggi lanciati da Arnie, non ultimo quello che passa sottoforma di una continua richiesta di giocare indirizzata a Becky. Quest’ultima funge da vero e proprio detonatore dei sentimenti implosi di Gilbert: una figura esile, minuta, persino androgina, libera di spostarsi grazie alla sua casa su ruote – “Io appartengo al mondo” dice, ad un tratto – che contrasta con l’enorme massa corporea di “mamma Grape”, vera e propria abnorme metafora del concetto di madre – e, tuttavia, figura tutt’altro che negativa nell’economia del racconto – che riesce a capire quand’è il momento di uscire di scena per lasciar liberi i propri figli. Girato con mano felice, dando grande risalto alle relazioni tra i personaggi e alla scelta degli interpreti, ognuno perfetto nel ruolo ricoperto, Buon compleanno Mr. Grape è un anomalo “melò” adolescenziale: il tocco lieve, delicato, attento alle sfumature dei sentimenti, è insolito per una pellicola che ha per protagonisti dei giovani. Hallström, tuttavia, è sufficientemente intelligente da non scadere mai nel patetico o nelle sdolcinature tipiche di certo cinema d’oltreatlantico, dando l’impressione che, a tratti, i personaggi riescano davvero a vivere di vita propria, di emozioni autentiche trasmesse così con tutta naturalezza allo spettatore.

Fabrizio Colamartino

E' possibile ricercare i film attraverso il Catalogo, digitando il titolo del film nel campo di ricerca. Le schede catalografiche, oltre alla presentazione critica collegata con link multimediale, contengono il cast&credits e una sinossi. Tutti i film in catalogo possono essere richiesti in prestito alla Biblioteca Innocenti Library - Alfredo Carlo Moro (nel rispetto della normativa vigente).