Il Progetto per l'integrazione dei minori rom a Scampia

2014/06/06 Type of resource: Topics: Titles:

Il nostro “viaggio” nelle 13 città riservatarie coinvolte nel Progetto nazionale per l'inclusione e l'integrazione dei bambini rom, sinti e caminanti fa tappa a Scampia, uno dei due quartieri di Napoli interessati dall'iniziativa (l'altro è Barra). A raccontarci lo svolgimento della sperimentazione nella realtà locale è Anna De Mattia, insegnante della scuola primaria dell'Istituto comprensivo Alpi-Levi del quartiere.

Il progetto - promosso dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con la collaborazione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e la partecipazione dell'Istituto degli Innocenti di Firenze – ha coinvolto le 13 città (oltre a Napoli, Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia) in varie attività realizzate nelle scuole e nei campi, con l'obiettivo di favorire l'integrazione scolastica e l'inclusione sociale dei bambini e degli adolescenti rom, sinti e caminanti. Per approfondimenti sui suoi contenuti si rinvia alla sezione dedicata di questo sito.

Qual è la condizione abitativa e sociale delle famiglie rom che vivono a Scampia?

Vivono in un campo non autorizzato, adiacente alla scuola, in condizioni igienico-sanitarie molto precarie.

Il progetto ha previsto, fra le altre cose, laboratori e altre attività nelle scuole incentrate sul cooperative learning. Lavori di gruppo che hanno coinvolto tutti gli studenti, rom e non rom. C'è integrazione fra i bambini in classe?

Alla sperimentazione hanno partecipato gli alunni della classe II A della primaria dell'Istituto comprensivo Alpi-Levi. I bambini rom - 11, su un totale di 22 studenti - sono ben integrati a scuola: i coetanei non rom preferiscono la loro compagnia, perché li sentono più affettuosi e accoglienti. Fra gli alunni di Scampia, invece, spesso c'è competizione.

Quali sono le attività svolte nei laboratori?

Durante il primo laboratorio sul circo abbiamo lavorato sul corpo e sull'altro. Nel corso di un altro laboratorio i bambini hanno descritto le qualità dei compagni, riuscendo ad esprimere le proprie emozioni, in un clima molto positivo. Altri laboratori sono stati dedicati al teatro, alla grafica e alla creazione di maschere per il Carnevale. Gli alunni hanno realizzato anche un piccolo abbecedario illustrato italiano-romanes, con l'aiuto degli operatori dell'associazione coinvolta nel progetto Chi rom e … chi no, che hanno presentato in classe. Il volume raccoglie le parole della lingua degli affetti e dell'accoglienza, i numeri e le nenie sussurrate da madri, nonne e padri. La scelta delle parole e le traduzioni sono state fatte con l'aiuto delle mamme e dei bambini rom che abitano a Cupa Perillo.

Gli studenti hanno incontrato difficoltà nello svolgimento dei lavori di gruppo?

Non ci sono state difficoltà: i bambini, napoletani e rom, sono collaborativi e disposti a lavorare in gruppo.

Com'è il rapporto tra le famiglie rom e le altre famiglie?

All'inizio le famiglie autoctone non vedevano di buon occhio il gran numero di bambini rom presenti in classe. Nel corso del tempo le cose sono cambiate e i genitori dei bambini napoletani hanno accettato le famiglie e gli alunni rom. Da un lato ci sono bambini rom che hanno voti buoni e dall'altro bambini napoletani - alcuni con problemi familiari anche piuttosto pesanti - che non raggiungono la sufficienza. Le famiglie autoctone hanno capito che lo scarso rendimento dei loro figli non è dovuto alla presenza degli alunni rom che frequentano la stessa classe.

Il progetto ha coinvolto figure professionali diverse: operatori, insegnanti, dirigenti scolastici, docenti e altri esperti. Com'è andato il lavoro di rete tra tutti questi soggetti?

C'è stata molta collaborazione tra tutte le varie figure professionali coinvolte. Qualche problema organizzativo, legato, ad esempio, agli orari di lavoro, è stato superato senza difficoltà.

Quali sono i principali punti di forza e le criticità della sperimentazione?

Punti di forza molto importanti sono, senza dubbio, il rapporto tra culture diverse, la maggiore integrazione dei bambini rom, l'indagine più approfondita delle dinamiche interculturali e il fatto di aver aiutato molto gli alunni a sviluppare manualità e creatività. D'altro canto, oltre ai laboratori si potevano prevedere anche delle visite ad alcuni luoghi della città. I bambini accolgono sempre con molto entusiasmo l'organizzazione di gite: non conoscono bene il territorio in cui vivono e sarebbe stato importante, per loro, avere un'occasione per scoprire altri quartieri della città.

(Barbara Guastella)

(Crediti foto: Istituto degli Innocenti)