East is east

17/07/2009 Tipo di risorsa Schede film Temi Immigrazione Relazioni familiari Titoli Rassegne filmografiche

di Gabriel O'Donnel

(Gran Bretagna, 1999)

SINOSSI

Primi anni '70. La famiglia Khan vive in una cittadina inglese. Il padre George, soprannominato Gengis dai figli e dalla moglie, è di origine pakistana e ha un piccolo esercizio commerciale. La moglie è inglese e i figli, sette in tutto, vivono con difficoltà la loro natura meticcia: da una parte vorrebbero vivere come i loro coetanei inglesi, dall’altra il padre, con fare deciso e in taluni casi violento, li obbliga a sottostare alle regole della tradizione pakistana, prima tra tutte quella di non poter scegliere chi sposare (scelta che tocca al padre e agli uomini della comunità). Seppur stemperati ogni tanto da momenti di gioia e spensieratezza, i conflitti in famiglia sono molto duri. Il figlio più grande (segretamente omosessuale) rifiuta un matrimonio combinato e viene radiato dal padre, Saleem finge di studiare ingegneria mentre segue corsi di pittura e scultura, Tarik scappa nottetempo di casa per frequentare una ragazza inglese e andare in discoteca, Meenah, l’unica figlia femmina della famiglia, fa di tutto per non mettere il velo, Sahid, il più piccolo dei sette, vive come un vero e proprio trauma infantile la circoncisione impostagli dal padre. Solo uno dei fratel-li, Maneer, pare accettare e condividere le opinioni del padre. Il fragile equilibrio tra apparenti a-desioni all’Islam (nel cibo, nella visita alle moschee ed ai parenti) e segreti strappi alle regole fami-gliari (notti in discoteca, al pub o partecipazioni a riti cristiani) viene rotto definitivamente quando George decide, senza interpellare nessuno, di far sposare due dei suoi figli con due ragazze particolarmente brutte. A quel punto si ribellano non solo i figli, ma anche la madre la quale caccia di casa l’uomo.

Analisi

Tratto dalla commedia dell'autore pakistano Ayub Khan-Din, girato dall’esordiente Damien O’Donnell su una sceneggiatura scritta dallo stesso commediografo, East is East gioca – a dispetto del titolo che asserisce: “l’est è l’est!” – sull’indeterminatezza dell’oriente in occidente, sulla confusione e la contaminazione delle culture, sul tentativo di mantenere tradizioni nazionali an-che in contesti lontani da quello d’origine. Ciò che rende il personaggio di George “Gengis” Khan simpatico, nonostante la sua violenza, la sua ottusità, la sua stessa palpabile ed odiosa incoerenza (obbliga i figli a sposare ragazze pakistane, quando lui, per primo, ha una moglie pakistana ed una inglese) è la sua donchisciottesca volontà di affermare e credere in una realtà certa e definita che tale non può essere. Al contrario, in una società multirazziale (già a partire dagli anni Settanta) nulla può essere stabilito: è indeterminata la vita affettiva dei giovani (non conta il colore della pelle come dimostra la storia d’amore tra Tarik e la ragazza inglese), la loro sessualità (il maggiore dei fratelli è omosessuale e lavora in una boutique londinese, mentre Meenah si comporta come un maschiaccio), la fede religiosa (i ragazzi della famiglia Khan passano con estrema disinvoltura da una processione anglicana ad una visita alla moschea), l’alimentazione (fish and chips, ma anche carne, pop corn, biscotti confezionati), l’idea di arte (Saleem realizza il calco di una vagina e la presenta alla madre come fosse un capolavoro), la politica (tanto che, per reazione, molti inglesi timorosi dell’immigrazione aderiscono al partito neofascista di Enoch Powell). George è un personaggio che dovrebbe far disperare lo spettatore (ed, in effetti, soprattutto nella sequenza del pestaggio della moglie, O’Donnell non ha paura di utilizzare un registro fortemente drammatico per creare una forte atmosfera di tensione) e invece lo induce al sorriso perché evi-denzia il suo disorientamento verso una realtà che cambia e che non può gestire nemmeno attra-verso i metodi tradizionali/medievali a lui tanto cari. Scegliendo le mogli per i figli li induce alla fuga, scegliendo al loro posto il percorso di studi li costringe alla bugia (Saleem finge di fare l’ingegnere perché è l’unica professione accettata dal padre), rifiutando ogni discussione per evitare la loro ribellione ottiene l’effetto contrario, (Sahid, costretto alla circoncisione contro il suo volere, appena ne ha occasione, sfoga contro il padre la sua rabbia cieca). A ben vedere, però, anche i comportamenti degli altri personaggi sono determinati in qualche misura da scelte di comodo e di autodifesa: il fratello più grande scappa di casa e si rifugia da un amico omosessuale a Londra; Abdul, uno dei due fratelli a cui il padre ha scelto la consorte, accetta di sposarsi solo per andare via da casa e vivere tranquillo; la moglie di George tace le sue violenze per conservare intatta l’unità famigliare almeno da un punto di vista formale; gli stessi Meenah e Sahid, di cui parleremo nel prossimo paragrafo, adottano comportamenti volti alla propria pre-servazione. Dei sette figli della famiglia Khan solo Meenah e Sahid sono minorenni. Meenah, l ’unica figlia femmina, ha circa quindici anni. L’essere perennemente circondata da fratelli la porta a comportarsi da maschiaccio: gioca a pallone, cammina come un ragazzo, tratta in malo modo i marmocchi del quartiere. Anche in questo caso, la mascolinità di Meenah è un modo per evitare conflitti in seno alla famiglia: se avesse un fidanzato incorrerebbe nelle ire del padre, se fosse più femminile sarebbe costretta a vestirsi con gli abiti tradizionali e, soprattutto, accelererebbe il percorso che porta al suo matrimonio combinato. Sahid ha meno di dieci anni. Come gli altri fratelli, anche il bambino ha un meccanismo di protezione, in questo caso volutamente palese: l’eskimo dotato di un cappuccio di pelliccia che indossa nel corso di tutto il film. A differenza degli altri, però, il suo argine di difesa è molto più vulnera-bile, poiché si tratta di un semplice indumento. Così, ogni possibile rivalsa gli è, almeno per il momento, preclusa: non riesce ad evitare la circoncisione, quando ha paura si nasconde in uno sgabuzzino (che, in realtà, è una prigione), viene trattato malamente dai fratelli maggiori che spesso si coalizzano contro di lui. Appare significativa la scelta di O’Donnell di far aderire frequentemente lo sguardo della macchina da presa con quello di Sahid. In una sequenza in particolare tale scelta appare paradigmatica: quella della circoncisione. Si tratta di uno dei momenti probabilmente più amari del film, perché vengono messe a nudo le distanze tra i personaggi: per il padre l’eliminazione del prepuzio può ridare alla sua famiglia l’onorabilità perduta nei confronti della comunità pakistana, è quindi una questione di principio; per la madre (e per la sua amica) è una necessità, una concessione quasi scontata e di poco conto alla religione del marito; per i fratelli è occasione di ennesimo scherno e di crudeltà verso il ragazzino; per Sahid trattasi invece di un vero e proprio incubo, di una prova dolorosissima da superare, di un trauma che resterà nella sua memoria. Questa alterazione dimostra che, dietro alle continue gag e al tono leggero da commedia, si cela un’operazione cinematografica che non lesina critiche alle generazioni rappresentate (tutte tranne l’infanzia), che denuncia la difficoltà, se non l’impossibilità effettiva, dell’integrazione razziale, che mostra le ipocrisie che si alimentano in famiglia (anche quelle “non occidentali”, “non borghesi”, “non mononucleari”), le paure che covano nelle persone e che le inducono ad azioni e comportamenti biechi o codardi (si veda il vicino di casa che è iscritto al partito fascista, il fratello maggiore che, tornato al paese per fermare l’ennesimo matrimonio combinato, scappa a gambe levate appena vede George da lontano). Si salverebbe solo Sahid, se non decidesse di abbandonare l’eskimo che (non) lo proteggeva. Presto adulto, probabilmente si comporterà come gli altri.  

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