Somewhere

15/09/2010 Tipo di risorsa Schede film Tema Relazioni familiari Titoli Rassegne filmografiche

di Sofia Coppola

Johnny Marco (Stephen Dorff) è un giovane ma già celebre interprete di film d’azione: separato dalla moglie, padre della dodicenne Cleo, vive solo a Hollywood, in albergo, conducendo una vita disordinata, all’insegna di automobili sportive, belle donne e feste a base di alcol. Il ménage di Johnny, tanto sregolato quanto monotono, ha un improvviso stop quando la ex moglie gli affida Cleo per qualche giorno, prima della partenza per il campo estivo.

La breve convivenza con la figlia sarà per lui una lenta scoperta, il venire alla luce di una consapevolezza del proprio ruolo (di padre e, prima ancora, di uomo) forse anestetizzata per troppo tempo ma non ancora estinta. A leggerla così, la trama di Somewhere, l’ultimo film di Sofia Coppola presentato in concorso al Festival di Venezia e vincitore del Leone d’oro, potrebbe anche sembrare l’ennesima di una lunga serie di pellicole incentrate su una figura di padre libertino e dissoluto che, per il bene di sua figlia, rinsavisce e si riscatta da un passato torbido e peccaminoso. Un melodramma in piena regola che, con spirito manicheo, metterebbe di fronte allo spettatore l’ovvia alternativa tra il materialismo di una vita sprecata e lo slancio morale di una redenzione spirituale, per altro garantita dalla presenza angelicata di una ragazzina dal volto acqua e sapone e dai sorrisi disarmanti (l’esordiente Elle Fanning). Nulla di tutto ciò, dato che la regista è Sofia Coppola e che una critica radicale allo star system hollywoodiano suonerebbe da parte sua, figlia di Francis Ford, una delle icone dell’industria cinematografica statunitense, per lo meno falsa e pretestuosa. Somewhere, infatti, riprende lo stile sommesso e dimesso di Lost in Translation – L’amore tradotto, altro film sul vuoto della vita delle star di Hollywood, capace tuttavia di farsi metafora di quel vuoto esistenziale, di quello smarrimento da globalizzazione che ormai conoscono bene anche i comuni mortali. Proprio come in quel film l’ambientazione principale è un albergo, a dominare sono i tempi morti della narrazione, le attese, i momenti di noia, la vacuità delle occasioni pubbliche, la labilità delle relazioni sociali e sentimentali. Ma lo sguardo gettato dalla regista su questa realtà non è quello di chi giudica cercando la facile complicità del pubblico attraverso eccessi melodrammatici e ostentazioni visive (così come avveniva nel suo precedente Marie Antoinette, nutrito all’inverosimile di suggestioni pop) della vita eccessiva condotta dalle star. La sensazione è più quella di un’enorme solitudine che il protagonista ha l’obbligo di riempire attraverso la stanca ricerca di un piacere che non ha nulla di ludico o di perverso ma molto di meccanico e ripetitivo: nella sua ottusa fissità, lo sguardo impassibile e ironico della macchina da presa riesce a rendere banali e a loro modo innocenti, svuotate da ogni morbosità, persino le ripetute avventure erotiche del protagonista con partner sempre diverse, nelle situazioni più improbabili. L’entrata in scena di Cleo, del resto, non cambia di molto né lo scorrere degli eventi né tanto meno le strategie narrative della regista: nulla sappiamo dei motivi che inducono la ex compagna di Johnny ad affidargli la ragazzina; non molto conosciamo di Cleo, una dodicenne normalissima e senza grandi problemi, a dispetto dell’ambiente nel quale è cresciuta e degli stereotipi su di esso; il suo arrivo non cambia i ritmi della vita di Johnny che continua a trascinarsi stancamente dall’albergo al set e da qui a una conferenza stampa sfoderando sorrisi di circostanza e risposte elusive, facendo del suo meglio per star dietro anche alla figlioletta. Il grande merito di Somewhere è proprio quello di fermarsi sulla soglia della pura e semplice descrizione, della registrazione fenomenologica di eventi apparentemente marginali nella vita dei personaggi, lasciando che tutto continui a scorrere in modo casuale, senza affidare in maniera fraudolenta a un evento particolare la rivelazione della condizione dei protagonisti, a una qualche forma di agnizione il loro riscatto. Del resto, quello tra Johnny e la figlia è un rapporto come molti ce ne sono oggi, né migliore né peggiore di tanti altri. Anzi, a guardare bene, Johnny è un genitore in fondo molto più sano ed onesto di tanti: si dà per quel che è, senza troppi infingimenti, con tutti (o quasi) i suoi difetti, non tenta di riempire i lunghi momenti di silenzio con la figlia per mezzo di inutili complimenti, sciocchi vezzeggiamenti e frasi fatte, ma ha il coraggio di condividere con lei l’afasia di un pomeriggio noioso, di un’attesa estenuante, di un momento di tristezza. La comunicazione tra Johnny e Cleo passa, infatti, più attraverso un gioco di sguardi, un’intesa complice rafforzata dal sorprendersi stranamente in sintonia nonostante la lontananza, che attraverso le parole: una sequenza sintetizza il senso di questo rapporto, quella in cui padre e figlia si tuffano in piscina e, restando in apnea, mimano sott’acqua i gesti di due commensali. In un film contrassegnato da scelte narrative all’insegna di una narrazione “debole” e di un’apparente indifferenza e impassibilità della macchina da presa, la significazione è affidata a una serie di assonanze segrete e scarti lievi ma improvvisi, a una rete sotterranea di analogie e differenze tra le situazioni, che lavorano lentamente nella mente dello spettatore alla costruzione di un quadro antididattico delle relazioni tra i personaggi. Johnny e Cleo passano la maggior parte del loro tempo insieme nella stessa suite dove l’uomo si intrattiene con le sue occasionali fidanzate, giocando con la playstation e poco più: come non cogliere nella partita a tennis videogiocata da padre e figlia davanti al televisore un sottile riferimento allo spogliarello cui abbiamo assistito poco prima nella stessa stanza d’albergo, con due ballerine di lap dance travestite da tenniste che intrattenevano Johnny, peraltro annoiato di fronte a un simile spettacolo? In un mondo dove tutto (il sesso, il lavoro, relazioni sociali) si predispone attorno a lui come piacevole gioco, come merce di scambio, solo giocando per davvero con sua figlia, prendendo sul serio il suo ruolo di padre, osservando la delicatezza e al tempo stesso la forza che può esprimere una dodicenne intenta a danzare sul ghiaccio, Johnny riuscirà a fare i conti con una vita irrisolta, che richiede una svolta prima che il trucco ammonitore di una maschera cinematografica capace di ridurre i suoi lineamenti da duro a quelli di un povero vecchio diventi realtà. Ci è capitato spesso negli ultimi tempi di soffermarci su una serie di film i cui protagonisti sono padri spesso soli alle prese con la difficile gestione del loro rapporto con i figli: il personaggio di Johnny Marco, quello apparentemente più distante da comode riduzioni sociologiche e generiche analisi psicologiche, sulla carta il più antipatico a causa dei suoi privilegi e della sua condotta di vita sregolata, è probabilmente il più interessante e commovente, capace di riassumere, con la sua fragilità di ragazzino mai cresciuto per davvero e il suo stupore di fronte alla scoperta di quel continente sconosciuto che è sua figlia Cleo, il disagio di una generazione dai punti di riferimento sempre più labili, disorientata da un ruolo paterno dai confini sempre più incerti.

Fabrizio Colamartino

 

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